Grandi scrittori, grandi vizi / Datemi del matto ma secondo me Manzoni era lento e noiosissimo

Share

(di Cesare Lanza per LaVerità) Confesso: Manzoni mi è antipatico. Forse sarebbe più gentile scrivere: non mi è simpatico. Ma, visto che mi sono avventurato nella rischiosa impresa di descriverlo a modo mio, desidero essere assolutamente sincero: dopo Dante, è l’autore più importante, citato e rispettato nella storia della letteratura italiana: grazie a I promessi sposi, perbacco! L’antipatia è legata, probabilmente, a due episodi che non riesco a dimenticare, dopo decine di anni. Il primo è legato al ginnasio, a Genova. La professoressa di italiano mi detestava perché io inventavo racconti e ricordi personali, anziché svolgere i temi in maniera tradizionale, con opinioni e riflessioni. Mi svergognava senza pietà davanti a tutta la classe. «Non pretendo di scoprire un promettente scrittore», diceva con sarcasmo. «Mi basterebbe un passabile svolgimento del tema». Era piccola, con una voce che a me sembrava cattiva, ostile. Alcuni compagni di classe ridevano, ruffianamente, a squarciagola. Altri zitti, la odiavano, come me. Tentai la formula del racconto solo due volte, spinto dal bel ricordo dell’insegnante delle medie, che mi elogiava, davanti a tutti. La prima volta, inaspettato il 2 che mi inflisse, non la ricordo bene. La seconda volta, il tema era sulla guerra: capoccione testardo com’ero e sono, decisi di riscrivere il racconto che avevo scritto in terza media. Il prof mi aveva dato 10 e lode. Stupidamente ricordo che avevo inventato come protagonista un soldato, ucciso nella seconda guerra mondiale: ero fiero (che cretino) che descrivendolo agonizzante a terra avevo scritto che i suoi scarponi luccicavano al sole. La prof, che aveva pregiudizi ma non era nemica, fece ridere i compagni dicendo: «A Lanza ho dato 4 stavolta, anziché 2, perché ho capito che non vuole un bel voto da una poverina come me, ma si sente in corsa per il premio Nobel!». Risate a non finire.

La terza volta il tema era sul Carnevale e io avevo letto qualche giorno prima un nell’articolo di Curzio Malaparte su Tempo illustrato (mi pare). Lei mi diede 6 e mezzo e io – sempre stupido le dissi che mi ero ispirato a quel grande scrittore. Replica acida: «Ah sì? Non ho letto quell’articolo e Malaparte non mi piace. Però è positivo il tuo ritorno nei ranghi…». Per ottenere le solite risate, aggiunse: «Niente Nobel, ma una buona sufficienza sì. Puoi accontentarti». Purtroppo, nella stessa settimana, mi interrogò. Su Manzoni. Un disastro, con un equivoco degno di una commedia. «È indubbio che Manzoni sia stato un grande scrittore italiano…». Mi interruppe, stravolta. «In dubbio? In – dubbio?» strillò. «Torna subito al tuo posto! Non voglio sentire altre sciocchezze! Basta questa! ». Subito, non capii niente. Poi, fu impossibile spiegare, convincerla e calmarla. Il secondo infortunio, quando ero un giovanissimo cronista e andai a intervistare un eminente critico, super laureato, di letteratura (non ne faccio il nome: è defunto, mi sembra inopportuno). Il prof a un certo punto disse che Manzoni era stato il miglior scrittore italiano e aveva imposto un nuovo modo di scrivere un romanzo. Con impertinenza (riconosco oggi) gli dissi che non ero affatto d’accordo e che Manzoni e I promessi sposi erano noiosissimi, per lo meno mi avevano annoiato in modo estremo. Il prof mi guardò gelidamente. «E allora, chi è stato il migliore? », sibilò. E io: «Tanti, direi», con un filo di voce. «Boccaccio. Pirandello. Verga…». Prima di replicare, mi fissò ancora, poi disse ex cathedra: «Buoni. Importanti. Ma nessuno all’altezza di Manzoni». E io, davvero senza rispetto: «C’è comunque uno scrittore, superiore a Manzoni e a tutti. Coinvolgente, divertente e mai noioso!» Esitai qualche secondo, poi mormorai: «Casanova». All’intervista assisteva un altro prof, più giovane dell’eminente critico. Intervenne: «Il ragazzo ha un bel carattere, ha personalità. Difende le sue idee…». Penso che fosse intervenuto per smorzare i toni, darmi una mano e soprattutto per placare l’insigne critico. Così ci fu un minuto di silenzio. Infine il prof si rivolse a me: «Sai cosa diceva Benedetto Croce ai giovani ribelli, certamente non meno colti e non meno autorevoli di te?». «No», ammisi. «Diceva: guagliò, leggete e studiate, studiate e leggete, prima di parlare». Era evidente che voleva dedicarmi 10 stesso consiglio. Ma io insistetti perché avevo avuto innumerevoli discussioni, con i miei compagni di liceo. «Se mi è permesso, Manzoni è molto lento e noioso. E Casanova non ha avuto 1 riconoscimenti che meritava per due motivi. Ha scritto il suo capolavoro, le memorie della sua vita, in francese; e poi era, ed è rimasto famoso, perché era anche un avventuriero, un donnaiolo, un ladro, un baro, un lestofante…». Il collega del prof sorrise e mi diede di nuovo un aiutino: «Beh, questa pessima fama di Casanova è indiscutibile. E certamente gli ha nociuto». Approfittai della pausa e tentai di cambiare discorso. Ma il prof inesorabile ringhiò: «Sostenere però che Casanova sia superiore a Manzoni è roba da pazzi». Io lo sostengo da sempre e non mi considero pazzo.

Una curiosità: com’era, Manzoni, fisicamente? Il figliastro Stefano Stampa propone un ritratto fisiognomico assai preciso del patrigno, descrivendone anche i movimenti e il sorriso ironico: «Manzoni era di statura media sì, ma media piuttosto alta. Posseggo la misura della sua persona ed era pari a metri 1, centimetri 72… Egli era di corporatura snella, ma null’affatto esile; piuttosto largo di spalle e ben conformato di torso… Con belle braccia e belle gambe, sarebbe parso un uomo tutto ben fatto, se non avesse avuto, non il collo corto, ma le spalle un po’ alte verso il capo, ciò che gli dava l’aria un pochino rannicchiata […] La sua testa era tutt’altro che piccola […] Aveva da giovane i capelli castagni […] Gli occhi del Manzoni però non erano piccoli, ma di grandezza ordinaria, di colore cilestre tendente al verdognolo. La fronte alta indicava l’intelligenza. La bocca non era ampia, ma di grandezza media, e con labbra affilate, su cui ordinariamente appariva quel sorriso ben definito dal Cantù, di chi scherza e non schernisce». Ma eccomi ai difetti. Manzoni aveva mille tic e disturbi: soffriva di agorafobia, nevrosi, era turbato e a volte ossessionato da alcuni rumori, perfino dal cinguettio degli uccelli. Era afflitto da un balbettamento che non gli consentiva in alcun modo di parlare in pubblico. Ed era del tutto inetto nell’amministrazione e nella gestione dei suoi beni e del suo patrimonio personale. Non mi piace inoltre che da tenace ateo fosse diventato col tempo un fervente, moderato cattolico. In particolare, nei Promessi Sposi, per i riferimenti alla Provvidenza che arriva e risolve tutto, come se gli uomini non fossero che umili pedine nelle mani del fato. Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni (Milano, 7 marzo 1785 – Milano, 22 maggio 1873), al di là della mia istintiva antipatia, è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo di importanza storica, indiscutibile. Di più: uno dei maggiori romanzieri italiani di tutti i tempi per I promessi Sposi, Manzoni ebbe anche il merito di aver gettato le basi per il romanzo moderno e di aver contribuito all’unità linguistica italiana, dopo la letteratura, moralmente e civilmente impegnata, dell’Illuminismo italiano. Il successo e i numerosi riconoscimenti pubblici e accademici (fu senatore del Regno d’Italia) si affiancarono a una serie di problemi di salute e familiari (numerosi lutti afflissero la vita domestica dello scrittore) che lo ridussero in un progressivo isolamento esistenziale. Nonostante quest’isolamento, Manzoni fu in contatto epistolare con la cultura intellettuale francese, con Wolfgang Goethe, con intellettuali di primo ordine come Antonio Rosmini e, seppur indirettamente, con le novità estetiche romantiche britanniche (influsso di Walter Scott per il genere del romanzo). Come conseguenza del suo stile di vita estremamente riservato, non è facile inquadrare Manzoni come uomo. Visse perlopiù appartato dalla vita pubblica, mantenendosi estraneo nei principali eventi mondani della città (se si eccettua la frequentazione del salotto intellettuale tenuto da Clara Maffei e distante dall’impegno politico attivo dei grandi moti nazionalistici che stavano sconvolgendo l’Italia nel pieno del fervore risorgimentale: però con una posizione culturalmente e moralmente favorevole alla causa dell’Unità che lo spinse ad accettare la nomina a senatore a vita durante la vecchiaia.

La sua riservatezza si spiega anche con l’attenzione per i suoi problemi nevrotici: attacchi di panico, ipocondria, svenimenti, fobie varie (timore della folla, dei tuoni e perfino delle pozzanghere). Nella conversazione usava l’italiano con i visitatori provenienti da altre regioni italiane, ma soprattutto si esprimeva con il dialetto milanese nella vita quotidiana. Forse anche questo era un sintomo di insicurezza e timidezza (un paradosso per uno dei padri della lingua italiana!). Manzoni nacque in una famiglia elitaria. Sua madre, Giulia Beccaria, era la figlia del grande illuminista Cesare Beccaria, autore Dei Delitti e delle Pene. Suo padre invece era il nobile Pietro Manzoni. Giulia, quando Alessandro aveva appena sette anni, si separò dal padre e lasciò Milano per raggiungere a Parigi l’amante Carlo Imbonati. Il povero Pietro mandò il figlio a studiare in collegi religiosi, con scarsi risultati. Alessandro era svogliato, ostile all’ambiente clericale. E preferiva passare le sue giornate giocando a carte nei caffè milanesi: un giorno venne rimproverato dal grande poeta Vincenzo Monti, che lo vide seduto ad un tavolo da gioco e gli disse: «Se andate avanti così, bei versi che faremo in avvenire!» A vent’anni, Alessandro Manzoni raggiunse la madre a Parigi. Tra i due si instaurò subito un rapporto strettissimo. Non mi piace infine che, quando morì l’amante della mamma, Manzoni scrisse e gli dedicò un’ode: senza tener conto dei sentimenti del padre. Nel 1808, a ventitré anni, sposò Enrichetta Blondel. Un matrimonio che fece discutere perché la ragazza non vantava nobili origini ed era di religione calvinista. I due ebbero dieci figli… E fu proprio Enrichetta a favorire la conversione religiosa dello scrittore. Morì nel 1873 per una meningite, causata da un trauma cranico riportato nel mese di gennaio, quando lo scrittore cadde all’uscita della chiesa di San Fedele a Milano e sbatté violentemente la testa contro uno scalino. Da quel giorno le sue condizioni peggiorarono, fino alla morte, il 22 maggio. Al funerale parteciparono le maggiori autorità dell’epoca.