Calano i furti di opere d’arte

Share

Il traffico illecito di opere d’arte e lo sviluppo dell’antimafia sociale in Lombardia sono stati i temi oggetto della seduta che la commissione speciale Antimafia ha tenuto nell’aula consiliare di Palazzo Pirelli. Nell’occasione sono stati presentati un policy paper, curato da Polis Lombardia, sul traffico illecito di opere d’arte che risulta strettamente connesso con gli investimenti economici delle criminalità organizzate, e un rapporto sul movimento dell’antimafia sociale in Lombardia, segnalato in costante crescita e sviluppo, curato da CROSS, il Centro di ricerca sulla Criminalità Organizzata dell’Università Statale di Milano. La seduta, congiunta con il Comitato Tecnico Scientifico di supporto alla commissione Antimafia, è stata presieduta dalla presidente della commissione Monica Forte e dal professor Nando dalla Chiesa. A portare i saluti della Giunta Regionale è stato l’Assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato, che ha ricordato come la Regione “sta finanziando da anni numerose attività di ricerca per comprendere come nasce e si sviluppa il fenomeno mafioso, per avviare azioni di contrasto efficaci ed efficienti”. Il rapporto sull’antimafia sociale curato da CROSS sottolinea come fioriscono in Lombardia sempre più numerose le associazioni e le realtà sociali e culturali che svolgono attività di promozione, comunicazione e realizzazione di eventi, che hanno come comune denominatore lo sviluppo di una cultura diffusa della legalità e il contrasto a forme e fenomeni di matrice mafiosa. Lo studio ha analizzato le iniziative antimafia censite sul territorio lombardo nei campi artistico e della comunicazione per il periodo corrispondente  al decennio 2010-2020. La ricerca ha messo in luce il legame con anniversari e ricorrenze che caratterizza lo sviluppo della maggior parte delle iniziative, spesso progettate proprio come “contenuto” della celebrazione stessa. Ma soprattutto ha evidenziato il ruolo e il coinvolgimento delle scuole, sia in qualità di pubblico che come spazio di realizzazione di iniziative, e il ruolo rilevante ed eclettico delle Università, a seconda dei casi capaci di fornire spazi e pubblico per la realizzazione delle iniziative, consulenza scientifica da parte di ricercatori e professori sui contenuti, nonché i finanziamenti necessari allo svolgimento delle attività previste.
Attenzione particolare è stata dedicata anche alla comunicazione online, utilizzata soprattutto dalla letteratura sul movimento antimafia, analizzando siti e social network, dove la funzione “antimafia” di facebook risulta fondamentale nel far conoscere le iniziative e diffondere la cultura della legalità tra gli utenti. Ma sono emersi anche alcuni limiti, in particolare la scarsa disponibilità di risorse e il peso delle querele sulle piccole redazioni, spesso realtà locali, che si traducono in una limitata capacità di svolgere inchieste sui territori più periferici sui quali pertanto rischia di ricrearsi un nuovo “cono d’ombra” dell’attenzione pubblica. La ricerca ha anche evidenziato come esiste una crescente interazione tra attori appartenenti al mondo dell’arte e al mondo della comunicazione ed esperienze antimafia e come attori ed esperienze di impegno antimafia sono ormai stabilmente inseriti all’interno di un network di relazioni consolidato che sta dando vita a un movimento riconoscibile e fortemente ramificato sul territorio, che ha soprattutto nell’area milanese e a nord di Milano le sue presenze più significative.
“La tendenza recente – ha dichiarato Nando dalla Chiesa –  a rappresentare storie di empowerment del movimento antimafia nel teatro e in altre forme artistiche  ha come esito il contrasto della legittimità della mafia. Contribuiscono in questa direzione anche l’informazione e la realizzazione di festival incentrati sui beni confiscati, azione particolarmente importante in Lombardia dove ogni anno sono sempre più diffuse le iniziative artistiche che scelgono di narrare il fenomeno mafioso in relazione al territorio, sia ricostruendone la presenza storica che denunciandone l’operato”.  
Il Policy paper sul traffico illecito di opere d’arte, curato da Polis Lombardia, ha reso noto che le relazioni annuali del Comando TPC dei Carabinieri mostrano un calo rilevante dei furti di opere d’arte dal 2006 al 2019. Dal punto di vista geografico, le regioni più popolose figurano in genere ai primi posti per numero di furti registrati. Nel 2006 e 2007 le prime tre regioni erano Piemonte, Lazio e Lombardia, seguite da Toscana, Campania ed Emilia-Romagna. Tutte queste regioni riportavano oltre cento furti all’anno. La relazione 2019 mostra che solo Lazio e Lombardia hanno superato i 50 furti all’anno nel 2018 e nel 2019. Per quanto riguarda i luoghi dei furti, i dati del 2006 e del 2007 mostravano una fortissima prevalenza di furti in luoghi di culto e presso privati, che insieme rappresentavano circa il 90% degli oltre 500 furti annui riscontrati a livello nazionale. Gli ultimi dati disponibili confermano la prevalenza dei furti nei luoghi di culto (135 nel 2019), seguiti dai luoghi privati (105). Le relazioni ufficiali offrono anche informazioni sul tipo di beni rubati. I dati del 2018 e 2019 mostrano una notevole variabilità nelle quantità rubate.
 Dal punto di vista strettamente quantitativo, la gran parte dei furti riguarda le categorie di numismatica, le librerie, gli archivi e i musei. È probabile che questa prevalenza sia dovuta alla facilità con cui oggetti di dimensioni ridotte come monete antiche, libri e frammenti possono essere sottratte, spostate e rivendute. Risultano commissionati dalla criminalità organizzata alcuni dei più significativi furti di grande valore artistico ed economico, come il furto associato a Gaetano Badalamenti della Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi rubato a Palermo e ancora oggi disperso, oppure il furto dei due quadri di Van Gogh rubati ad Amsterdam nel 2002 e recuperati nel 2016 a Napoli in un edificio di proprietà del boss Raffaele Imperiale.
 In forte calo risultano anche i furti di beni archeologici: le relazioni del Comando TPC dei Carabinieri evidenziano come dopo il picco di quasi 250 scavi illeciti registrati in Italia nel 2008, dal 2015 gli scavi illeciti segnalati non superano la ventina all’anno, a fronte sia di una intensificazione dei controlli che di una sostanziale riduzione di siti scavabili di interesse. In questo caso però non ci sono riscontri concreti del coinvolgimento diretto di organizzazioni mafiose nell’organizzazione di scavi clandestini, per lo più condotto di piccoli gruppi “professionisti del settore”, i cosiddetti tombaroli, tra loro organizzati in modo semplice e spesso a carattere temporaneo.