Smart working? per tornare a crescere dobbiamo rientrare in ufficio

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Lo scorso mese, l’amministratore delegato di Twitter Jack Dorsey ha annunciato che la società avrebbe consentito ai propri dipendenti, che attualmente lavorano da casa in ottemperanza ai protocolli sul distanziamento sociale, a restarci per sempre. Altri grandi aziende, da Facebook alla casa automobilistica francese Psa, hanno seguito l’esempio con piani finalizzati a tenere a casa più dipendenti una volta terminata la crisi da Covid-19. Che l’ufficio sia un’altra vittima della pandemia?

In un certo senso era atteso da tempo il decesso dell’ufficio. Negli anni Sessanta il futurista americano Melvin Webber aveva previsto che il mondo avrebbe raggiunto un’«era post-città» in cui «sarebbe stato possibile trovarsi in cima a una montagna e mantenere un contatto realistico e intimo in tempo reale con azienda e colleghi».

L’impressione è che stiamo arrivando a questo punto. Dai commentatori dei notiziari agli impiegati, i lavori che un tempo necessitavano di un luogo di lavoro condiviso vengono svolti a casa durante la pandemia. E chiunque sia stato coinvolto in una chiamata di gruppo via Zoom sa che, malgrado i progressi compiuti nel campo delle tecnologie di comunicazione, relazionarsi con i colleghi da remoto spesso è più difficile che incontrarsi di persona. Il problema va oltre i tempi di attesa o le interruzioni a causa dei figli. Come sosteneva il sociologo Mark Granovetter nel 1973, le società funzionanti si basano non solo su «legami forti» (rapporti stretti), ma anche su «legami deboli» (conoscenze casuali). Laddove i legami forti tendono a formare reti dense e sovrapposte — i nostri amici stretti sono spesso amici tra di loro — i legami deboli ci connettono a un gruppo più ampio e diversificato di persone.

Collegando diversi circoli sociali, i legami deboli hanno maggiore probabilità di collegarsi con noi con nuove idee e prospettive, mettendo in dubbio i nostri preconcetti e incentivando l’innovazione e la sua diffusione. E se da un lato le videochat o i social possono aiutarci a mantenere i nostri legami forti, è improbabile che se ne producano di nuovi, per non parlare del fatto che ci colleghino con molte persone al di fuori della nostra cerchia sociale: baristi, passeggeri sul treno, colleghi con cui non lavoriamo direttamente, e così via.

Un’analisi dei dati condotta da studenti, professori e amministratori del Mit durante la pandemia sembra avvalorare questa tesi. Insieme ai miei colleghi ho costruito due modelli della stessa rete di comunicazione, uno che mostra le interazioni prima della chiusura del campus e uno che mostra le indicazioni durante la chiusura. I risultati iniziali — che necessitano ancora di un’ulteriore validazione — indicano che le interazioni si stanno riducendo, laddove le persone si scambiano più messaggi in un gruppo più piccolo di contatti. In sintesi, i legami forti esistenti si stanno rafforzando, mentre i legami deboli stanno vacillando.

Forse in futuro, sarà possibile imitare la serendipità fisica e formare legami deboli online. Ad oggi, però, le piattaforme online sembrano mal equipaggiate per farlo. Al contrario, spesso filtrano individui sconosciuti o idee opposte – una funzione che alimentava la polarizzazione politica ancor prima della pandemia. Gli spazi fisici condivisi sembrano essere l’unico antidoto a questa frammentazione. Gli uffici, che facilitano interazioni più profonde tra diverse persone, possono essere un correttivo potente. Eppure, è improbabile che la domanda di spazi condivisi torni ai livelli pre-pandemia. Aziende come Twitter che non vedono diminuire la produttività puntano a ridurre i costi. Per quanto riguarda i dipendenti, è bastato poco per abituarsi a vivere senza lunghi spostamenti, rigidi orari aziendali e abbigliamento da ufficio scomodo. Tutto ciò avrà implicazioni di vasta portata. Anche una riduzione del 10% della domanda di uffici potrebbe far crollare i valori delle proprietà. Se però da un lato questa sarebbe una cattiva notizia per imprenditori edili, progettisti e agenti immobiliari, dall’altro potrebbe anche alleviare le pressioni economiche dietro la gentrificazione urbana. In ogni caso, le aziende farebbero bene a non evitare completamente gli uffici, sia per il loro bene — le idee nuove, innovative e collaborative sono essenziali — sia per il benessere delle società in cui operano.

Potrebbero, anzi, consentire ai dipendenti di rimanere a casa più spesso, e al contempo attivarsi e intraprendere misure per garantire che il tempo trascorso in ufficio sia favorevole a rafforzare i legami deboli. Ciò potrebbe significare, ad esempio, trasformare le tradizionali planimetrie dei piani, progettate per facilitare l’esecuzione di mansioni solitarie, in spazi più aperti e dinamici, che incoraggino il cosiddetto «cafeteria effect» (la relazione quotidiana e conviviale). Del resto, la crisi da Covid-19 ha dimostrato che abbiamo tutti gli strumenti per rimanere in contatto dalla cima di una montagna o dal tavolo della cucina.

La nostra sfida oggi è sfruttare lo spazio fisico in modo da poter scendere regolarmente dai nostri vertici isolati. Ciò significa perseguire la rinascita dell’ufficio in una forma che ne valorizzi il bene più grande: la capacità di coltivare tutti i legami.

Traduzione di Simona Polverino per il Corriere.it

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