All’inferno e ritorno / La storia di Codino perdente irriducibile in un clima da arena

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Nel 1997 la più bella partita di chemin, vinta dal gelido Belga.
A sottolinearne l’eccezionalità gli applausi, proibiti nei casinò

(di Cesare Lanza per LaVerità) La più bella partita di chemin de fer a cui abbia assistito si è svolta nel casinò di Saint Vincent, nella notte tra domenica 12 e lunedì 13 maggio 1997. La gara si è conclusa intorno alle sette del mattino, un solo giocatore, non vi dirò subito quale, aveva sbaragliato tutti gli avversari e infine, non solo impossessandosi dei soldi di tutti, ma psicologicamente massacrando un irriducibile antagonista, era rimasto il solo vincente in campo. Era stato un week-end con un noioso torneo di chemin de fer. Molti, tra i giocatori più forti, avevano lasciato il casinò. Ci fu un sorteggio per assegnare il terzo premio, un orologio. E fu proprio allora, e nessuno poteva immaginarlo, che il destino decise di predisporre con perfidia le sue opportunità. Vincente, infatti, nell’estrazione a sorte, risultò il Codino. Il Codino è uno dei più grandi giocatori di chemin che abbia mai visto in azione: inarrestabile sia di banco sia di punta, uno di quelli che vanno sempre fino in fondo, o ci si rompe la testa o si stendono tutti gli avversari. Qualcuno ebbe l’idea di telefonare al Codino per avvertirlo: l’orologio era suo. Il Codino, che da qualche ora era rientrato a Milano, decise d’impulso (non gli parve vero!) di tornare a Saint Vincent. A ritirare l’orologio. E a spararsi qualche ultimo colpo a chemin. Il gioco dunque languiva, quando all’improvviso esplose un applauso. E tutti noi di colpo ci alzammo per correre a vedere. Un applauso in un casinò è un evento raro, proibito: dunque era successo qualcosa di straordinario. Un applauso, un applauso vero, simile a quello di uno stadio, fino a quella notte in una casa da gioco non l’avevo mai sentito. Il casinò ha una sua sacralità, ludica certo, ma rigorosa: il silenzio fa parte delle regole. A chemin, poi! È il gioco più raffinato, si potrebbe disputare volendo – solo con i gesti: i croupier dicono che è l’ideale per i sordomuti. Cos’era successo? Il Codino, tornato da Milano, attaccava di punta, in piedi, al secondo tavolo. Vestito come al solito di grigio, i lunghi capelli brizzolati raccolti dietro la nuca, con una piccola coda di cavallo. Occhi intelligenti, implacabile e determinato. E dietro di lui si erano formate tre file di spettatori. In quel secondo tavolo di chemin il gioco era stato ancor più noioso: quasi tutte le uscite di banco erano appena di 200.000 lire, ovvero il minimo. Al posto numero uno era seduto il Belga, così lo chiamammo perché era un bel giovane di carnagione scura, italiano e di origine siciliana: di lui sapevamo solo ch’era arrivato dal Belgio. Alle sue spalle, con aria protettiva, vigilava un silenzioso gigante. In tandem con il Belga, misterioso e sconosciuto per i frequentatori abituali, usciva di banco il Siciliano, seduto al posto numero sei, vestito elegantemente con una giacca blu e cravatta in tiro. Il Codino, appena giunto da Milano, si era trovato di fronte a un banco del Belga di lunga sequenza, partito da 200.000 lirette e giunto ormai a dieci milioni. Con superba disinvoltura lo aveva chiamato, e aveva perso, ed eccoci così a 20 milioni. E mentre noi ignari al tavolo principale mandavamo avanti una fiacca partita, subito il Codino, sempre irruente, aveva di nuovo chiamato banco e il Belga – che fino a qualche minuto prima trovava sul tavolo, a stento, puntatine da poche lire – glielo aveva accordato, sfilando le carte senza una smorfia. Il Codino, tra un colpo e l’altro, aveva ordinato un panino con l’arrosto, e ora lo stava azzannando, senza degnarsi di guardare in faccia il rivale. Il Belga contro ogni aspettativa anziché passare la mano, decise di dare il colpo.

C’è bisogno di dirlo? Colpo vinto per lui, e siamo a 40 milioni: a questo punto, irrefrenabile, era esploso quell’applauso. Ormai da tutta la sala accorrevano a frotte, giocatori e curiosi. «Banco» sibilò gelidamente il Codino, estraendo dalla giacca due pesanti piastre da venti milioni di colore rosato, in gergo definite «aragoste»: «Banco! Banco!» ripetè, buttandole sul tavolo in modo altero. Il banco era arrivato quasi a quaranta milioni e l’eccitazione aveva raggiunto livelli febbrili. Il Belga doveva decidere se ritirarsi 0 accettare la puntata e giocarsi tutto. Nel silenzio seguito all’applauso, questo giovane e, fino a quel momento, sconosciuto giocatore, sfilò lentamente le carte dal sabot. Il Codino afferrò le sue due carte e le rovesciò con un lampo di trionfo negli occhi. Otto. Ci fu un mormorio. Otto a chemin de fer è il secondo punto, il primo e imbattibile è nove. Senza apparente emozione il Belga girò le sue due carte e dalla claque del suo socio, il Siciliano, si levò un ululato. Cinque e quattro: nove! Un ululato e poi un altro, chiassosissimo applauso, invano deplorato da impiegati, croupier e ispettore. Il banco era lievitato a 80 milioni, in un clima da arena, una sfida tra gladiatori, da una parte un esordiente che rivelava nervi incrollabili e dall’altra un giocatore maturo e aggressivo. Il Codino aveva finito i soldi e non poteva puntare più una lira: osservò con rancore il freddo Belga, che sfilava impassibile le carte per il nuovo colpo. Ebbene, come spesso succede, esaurita la sfuriata dei puntatori, il banco finalmente cadde. Il Belga raccolse e divise con il socio, il Siciliano, un ingente malloppo, accordando al croupier una mancia equivalente a un onorevole stipendio di un mese per qualsiasi lavoratore. Intanto il Codino, furente, approcciava l’ispettore. «Sono senza soldi e voglio cambiare un altro assegno! ».. Al nostro tavolo grande, intanto, un giocatore altezzosamente aveva consigliato all’ispettore di sbrigarsi a invitare il Belga: che lasciasse il suo misero tavolo e accettasse l’onore di spostarsi da noi, che lo aspettavamo a fauci spalancate. Qualche istante dopo, con aria divertita, l’ispettore ci annunciò l’orgogliosa e inattesa risposta. «Dice: se i giocatori del grande tavolo vogliono misurarsi con lui, si spostino loro al secondo tavolo. Lui non si muove!». Fu in quel momento che non ebbi più dubbi: ci trovavamo di fronte a un giocatore di sangue blu, un emergente di razza. E tutti, come me, afferrarono al volo la nuova situazione.

Il primo a capire fu Pit Bull, un altro straordinario giocatore, un giovane lombardo sempre in giacca blu, simile a Renato Pozzetto nei suoi film comici e fisicamente all’allenatore Carlo Ancelotti: uno che non ti molla più, fino ad ucciderti, proprio come i pit bull. Anch’io mi precipitai dall’ispettore a prenotarmi per il secondo tavolo. Com’era prevedibile il Codino, dopo una breve assenza, tornò in sala con un nuovo pacco di fiches: tra aragoste e altro, un paio di centinaia di milioni. Sollevò quasi di peso un giocatore che sedeva al numero quattro, e si accomodò imperiosamente al suo posto. Arrivarono gli ultimi tre reduci dal tavolo grande: il Manager, un giocatore misurato e di poche parole, tra i più corretti e intelligenti, e poi Cassio, un ragazzo dal volto affilato e con una barba rada, e infine il Costruttore. Eravamo immersi nel chiasso, tra commenti ad alta voce di ogni tipo. I valletti, di solito pigri senza il richiamo delle mance, accorrevano volenterosi e riuscirono a stabilire, a fatica, l’ordine perduto. Erano ormai le tre e mezzo. I posti al tavolo erano così definiti: al numero uno il Belga, al numero due Pit Bull, al numero tre Cassio, al quattro il Codino, al sei il Siciliano, al numero otto il Manager, al nove il Costruttore e infine al decimo c’ero io, testimone e spettatore più che giocatore (ai numeri cinque e sette si alternarono giocatori di minor forza). Subito ci fu la seconda, violenta svolta della partita. Il Manager, che nelle sue uscite di banco giocava di solito in società con me, si era momentaneamente allontanato. In assenza dei giocatori è l’ispettore a tirare i colpi, di solito tre, salvo altre indicazioni. L’uscita era di un milione, cinquecento a testa, e l’ispettore vinse per il Manager i tre colpi rituali, con facilità, come se bevesse un bicchiere d’acqua. Poi passò la mano, secondo regola. Il banco era arrivato a sette milioni abbondanti. Ebbene, seduto com’ero al numero dieci, avevo la possibilità di acquistarlo all’altezza, visto che il Costruttore era rimasto senza fondi. Di fronte a me, il Codino mi incitava, con movimenti della testa via via esasperati, ad acquistare il banco per poi uscire in tandem con me: d’istinto aveva fiutato la possibilità di tirar dentro il Belga, obbligandolo a giocare di punta. Ma io non acquistai il banco.

Non acquisto mai il banco del mio socio, tanto più in sua assenza, la considero una scorrettezza verso il compagno che ti ha dato l’opportunità di vincere e ha diviso i soldi con te. E poi, se perdi, fai la figura del fesso; se vinci, è come dare del fesso al tuo socio. Il Codino mi guardò furioso e il banco fu acquistato proprio dal Belga. Da sette milioni il Belga portò il banco a 14, e poi al doppio e ancora al doppio e al doppio, fino a superare i 100: soldi puntati dal Codino, ma anche da Pit Bull e da Cassio, che si vuotò le tasche e uscì di scena. Avete colto la perfidia del boomerang? Se io avessi acquistato il banco all’altezza, dando al Codino l’opportunità di essere mio socio, tutti questi soldi sarebbero stati vinti da me e da lui. Alla mancata vincita si sommavano invece le puntate – per lui – ora perdenti. A un certo punto il banco non fu più coperto. Il Belga vinceva con i punti più inverosimili, uno contro zero, nove contro otto, se l’avversario aveva sette, lui risaliva con la terza carta fino a otto, e così via. Uno spasso, per lui. Il Codino immolò i suoi soldi residui: si alzò, salutò dignitosamente, augurò a tutti la buona notte e se ne andò. Dopo un quarto d’ora – ma voi lo avevate già intuito, vero? – ritornò: aveva messo insieme chissà come un’altra cinquantina di milioni, che bruciò, con disperato furore, in pochi colpi. Nessuno aveva più il coraggio di applaudire e neanche di sorridere. Quando a chemin scorre il sangue, cresce a poco a poco una sorta di crudele compianto, il cinico rispetto per i perdenti. E il Codino era ormai il simbolo, eterno e drammatico, del giocatore perdente: ferito a morte, ma deciso a non arrendersi sfidando incupito la sorte, gli avversari, il mondo intero. Così di nuovo, dopo mezz’ora, bruciato l’ultimo contante, salutò fieramente l’avversario e gli altri giocatori e abbandonò la sala. Erano le sei del mattino quando il Codino tornò ancora, con una trentina di milioni in mano. Lo aspettavamo e sapevamo che in qualche modo sarebbe tornato, come succede in certi film western, quando l’eroe sconfitto non vuole darsi per vinto. Dalle tende filtrava nei saloni la luce del giorno. Ed eccolo qui, un indomito giocatore di chemin de fer, l’eroe del film western, che non vuole darsi per vinto e torna per sfidare il Belga, l’invincibile avversario. Tutti sapevamo che avrebbe perso e non si sarebbe arreso, fino all’ultima lira. E così, dopo un illusorio recupero, rapidamente fu. «Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso», ha detto Stanley Kubrick.

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