Ultime sulla cultura. In libreria c’è il “Rapporto sulle disuguaglianze nel mondo 2018”

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Il tema della diseguaglianza dei redditi è sempre più uno dei temi centrali per comprendere le difficoltà delle società attuali a governare il consenso e gestire i conflitti, oltre a che a ottenere e mantenere il consenso elettorale. Questo vale sia per l’Occidente (Usa e Europa) che per Asia e Medio Oriente che presentano leadership diversificate a seconda dei sistemi di governo vigenti (dalle monarchie illuminate o no, parlamenti con diverse autonomie e poteri). E’ quanto emerge dal lavoro, oltre 600 pagine, di Facundo Alvaredo, Lucas Chancel, Thomas Piketty, Emmanuel Saez, Gabriel Zucman, dal titolo significativo ‘Rapporto mondiale sulle diseguaglianze nel mondo – 2018’, pubblicato nella collana i Fari di La nave di Teseo, che apre un approfondito momento di analisi su questo tema che vede ora gli economisti – ad iniziare da Piketty, dopo il suo studio ‘Il Capitale nel XXI secolo’ – molto più attenti a selezionare e comprendere questo tema delle diseguaglianze. l 30% della ricchezza mondiale, scrivono gli autori, si concentra nelle mani dell’1% della popolazione. Inoltre, viene spiegato, la ricchezza media di questo gruppo di ‘paperoni’ “negli Stati Uniti, in Europa e Cina è aumentata del 3,55% all’anno dal 1987 al 2017. Più si sale nella piramide distributiva, più rapido è l’incremento: la ricchezza media del gruppo dello 0,1% dei più ricchi è aumentata del 4,4% all’anno e la ricchezza media del gruppo dello 0,015% è aumentata del 5,6% all’anno”.    Ovviamente sono presenti delle differenze nelle diverse aree del mondo, ma questo è anche frutto della storia nazionale (guerre e conflitti) e dei regimi politici che si sono alternati. E’ il caso della Russia. Ad oggi difatti la presenza – spiega lo studio – “una quantità limitata di asset finanziari in mano alle famiglie russe – circa il 70-80% del reddito nazionale durante tutto il periodo 1990-2015” potrebbe voler dire che la privatizzazione delle aziende, nel lungo periodo, non ha dato luogo “ad un significativo aumento del valore delle attività finanziarie delle famiglie” con uno spostamento massiccio dalla proprietà statale dei tempi del comunismo a quello dell’economia ‘guidata’ a partire dal 1990. Mosca presenta, dato unico tra le economie mondiali, solo un forte attivo di patrimoni, in mano ad un ristretto gruppo di cittadini, gli oligarchi, che sono posizionati all’estero.  al decennio 1980-’90 lo studio spiega che il cambiamento è globale, che “il risparmio e la crescita sono responsabili del 60% circa dell’incremento dell’aumento della ricchezza nazionale nei paesi ricchi, mentre i prezzi degli assetti patrimoniali sono responsabili del rimanente 40%”, come d’altro canto i patrimoni all’estero “giocano un ruolo importante nella dinamica di crescita della ricchezza e del reddito”. E’ il caso dell’Europa continentale che stima di avere un 15% del Pil depositato in paradisi fiscali all’estero. Ma la diseguaglianza, l’altra faccia dell’aumento della ricchezza per fasce di patrimoni, vede “la ricchezza pubblica netta (patrimonio pubblico meno debito pubblico) recentemente diventare addirittura negativa negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ed è appena positiva in Giappone, Germania e Francia. Si tratta di una condizione che limita la capacità dei governi di controllare l’economia, ridistribuire i redditi e attenuare la crescente diseguaglianza”. O come non pensare “all’enigma della diseguaglianza araba” che vede i paesi dei petrol-dollari avere il 50% più povero con solo l’8-10% dei reddito, il 40% con reddito medio che ottiene il 27-30% della ricchezza e al piramide del 10% con il 27-30%, a cui si aggiunge l’1%, con un altro 25-30%.     Situazione ancora più polarizzata in Sud Africa con il 65% dei redditi concentrati nella fascia del 10% più ricco del paese, dove coesistono – spiega il rapporto – due società, una “con standard di vita simili a quelli della classe media e alta delle economie avanzate e un’altra che è rimasta indietro” in un gap pauroso. A questo caso segue a ruota il Brasile con il 55% dei patrimoni concentrati nelle mani dei ‘paperoni’ locali. Il Rapporto ha aperto il dibattito offrendo spunti e dati, adesso tocca alla politica avanzare idee altrimenti sarà sempre più difficile governare le società del Terzo Millennio.

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