Andrea Vianello: “L’ictus e il terrore di non pronunciar più il nome dei miei figli”

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Ancora oggi, ogni mattina, Andrea Vianello si sveglia, si siede sul letto e prende un foglio di carta. Sopra ci sono scritti i nomi dei suoi tre figli: Goffredo, Maria Carolina e Vittoria. «Devo leggerli ogni giorno, il terrore che io non possa riuscire più a pronunciarli è insopportabile». Perché, quasi esattamente un anno fa, uno dei volti più popolari della televisione, oggi prossimo ai 59 anni, ha perso la parola. Un ictus, «un colpo» che per mesi gli ha impedito anche di scrivere e leggere. Oggi parla con la sicurezza prudente di chi ha ritrovato qualcosa. Solo di tanto in tanto tradisce qualche leggera incertezza, quasi impercettibile. «È stato un anno durissimo, nel quale ho perso anche mio padre. E raccontare tutto è stata una terapia». Lo ha fatto nel libro «Ogni parola che sapevo», che esce il 21 gennaio per Mondadori.

Che cosa vuol dire, per un personaggio televisivo, non riuscire più ad articolare le parole?
«Significa sentirsi sfigurato. È stato come se mi avessero deturpato il volto. È questo il rischio peggiore quando si è vittime di un ictus: sentirsi uomini e donne “a metà” e convincersi di non poter recuperare mai più. E invece no».

Riavvolgiamo il filo. Il 2 febbraio 2019 lei era reduce da una puntata di «Rabona», programma di Rai3 sul calcio. Poi, ecco uno strano mal di testa al mattino.
«Ero in casa, avevo appena fatto colazione. All’improvviso non mi sono più sentito una mano. Sono caduto a terra e ho fatto appena in tempo a chiamare mia moglie. Ricordo il resto come in una nuvola: il pronto soccorso, l’ospedale “Umberto I” di Roma, la decisione di operarmi d’urgenza, un azzardo. L’intervento andò bene ma io una volta sveglio mi sentii… be’, mi sentii pieno di parole che ristagnavano nella testa e non riuscivano a venire fuori. Una sensazione assurda: conoscevo benissimo quei vocaboli ma non li sapevo più articolare».

Il ricordo più vivido?
«Il pensiero della mia famiglia. Tremavo all’idea di farmi vedere dai miei figli, forse mi sentivo peggio di come apparissi in realtà. Le mie zie arrivarono con dei fogli di carta sui quali avevano disegnato i loro volti e, sotto, scritto i loro nomi. Guardavo le facce, associavo le persone, provavo ad articolare qualche parola. Ero consapevole di dover ricostruire tutto: re-imparare a parlare, a scrivere, a leggere. Poi decisi di incontrare i ragazzi: soffrivano di più senza un contatto diretto con me. Mia moglie Francesca è stata importantissima nella decisione di non arrendermi, così come lo è stata la comunità degli amici e dei colleghi. Sono venuti a trovarmi tutti i direttori generali Rai. Be’, quasi tutti, per la verità».

Riprendere ad articolare le parole: è stato come tornare bambino?
«Fonema per fonema, sillaba per sillaba. Un lungo lavoro fatto nell’unità di riabilitazione della Fondazione Santa Lucia, una struttura pubblica ed efficiente, la stessa che — più o meno nello stesso periodo — ha accolto anche Manuel Bortuzzo, l’atleta rimasto paralizzato dopo una sparatoria a Roma. Un lavoro, il mio, che prosegue: tre volte alla settimana vado dal logopedista. Dovrò farlo per sempre».

Questo la spaventa?
«No, perché oggi sono un uomo diverso, come spero traspaia dal libro. Quest’anno buio mi ha fatto riflettere sulle nostre vite frenetiche, pronte a star male per inezie che di fronte alla morte si rivelano per quello che sono: nulla. Oggi so che devo moltissimo alla mia famiglia, che ci possiamo rompere da un momento all’altro. Ma so anche che possiamo recuperare: io, lo ammetto, mi sono impegnato con un’energia senza precedenti perché lavoro in tv e in tv senza voce non esisti. Però con questo libro vorrei dire a tutti che l’ictus non è un tabù, che se ne deve parlare e che si possono fare grandi miglioramenti nel recupero. Per esempio in questo periodo sto cercando di tornare a leggere a voce alta: faccio fatica, perché tutte quelle parole mi si assiepano fitte fitte e le devo separare, comprendere e leggere una ad una».

Pronto per tornare in televisione?
«Sì. Intanto presto ci tornerò per parlare del libro, poi mi sento pronto a riprendere le mie attività. Lo sa qual è adesso la cosa che più mi fa arrabbiare?».

Quale?
(Ride) «Non poter cantare ancora bene come mio zio Edoardo. Ma a ben pensarci questo potrebbe essere un bene, specie per quelli che vivono con me».

Roberta Scorranese, Corriere.it

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