Il piano di Uva per l’Uefa «Lotta al razzismo e parità di genere. Il calcio sia d’esempio»

Share

Da gennaio il nuovo dipartimento «calcio e responsabilità sociale» della Uefa avrà un direttore italiano: Michele Uva, per quattro anni vicepresidente del governo del calcio europeo si cala adesso in una veste meno politica e più manageriale, là dove batte forte il cuore del pallone. Un cuore e una passione da preservare e da rilanciare.

Il presidente della Uefa Ceferin e quello del parlamento europeo Sassoli, si sono incontrati a inizio dicembre per «lavorare assieme su inclusione, solidarietà e lotta al razzismo nel calcio». C’è molto da fare?
«In quel colloquio c’è un bel riassunto di ciò che ci aspetta. Dalla sostenibilità ambientale degli eventi e degli stadi al razzismo, dal sessismo ai progetti sui rifugiati, fino alla parità di genere: dobbiamo coniugare il calcio e la società civile e fare in modo che il nostro mondo sia di esempio per i milioni di fans a cui si rivolge. Ci sono poi i 17 obiettivi di Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite che potranno essere una traccia importante per la crescita sociale del calcio».

Una delle priorità è la lotta al razzismo?
«Lo è per la società civile: il calcio amplifica le patologie sociali, ma lo sport resta il terzo passaggio di una filiera che inizia con la famiglia e prosegue con la scuola. Lo sforzo, per capire che è assurdo parlare di colore della pelle, di religione o di provenienza geografica, deve essere corale: il calcio sta facendo e farà la sua parte. Ma non può sostituirsi all’educazione di base».

La battaglia per i pasti ai bambini poveri di Rashford. L’aiuto ai lavoratori stagionali migranti di Keita Balde. L’impegno ambientalista di Bellerin o di Thorsby, l’adesione di tanti calciatori a Black lives matter: farete tesoro di questa nuova sensibilità ai grandi temi ?
«Assolutamente sì, questa nuova generazione di giocatori ha una sensibilità altissima verso i temi di natura sociale. Sono grandissimi punti di riferimento, non solo per i giovani, ma per l’intera società civile. Il loro aiuto è determinante nella promozione dei valori e nella sensibilizzazione. Andremo a cercare altre iniziative, anche tra gli allenatori, per avere testimonial in grado di veicolari i nostri messaggi in ogni angolo d’Europa: ad esempio Allegri assieme ad altri suoi colleghi partecipa a una iniziativa “Insieme contro il cancro” sulla corretta alimentazione che è importantissima».

Come italiano, espressione di un calcio che per certi versi sembra indietro su tanti temi, sente di essere un osservato speciale?
«Non penso, ma di certo sento una responsabilità particolare, come cittadino, per filosofia personale».

Stadi vuoti, attività di base bloccata: c’è già una percezione di come il virus ha cambiato il calcio?
«Credo che gli effetti li vedremo nel prossimo biennio, ma il calcio e lo sport avranno sempre un ruolo importantissimo: non penso diminuiranno tesserati e praticanti. Né l’amore per il pallone. Anzi, sono convinto che quando la vita sociale ed economica torneranno normali, avremo un entusiasmo ancora maggiore, con più voglia di sport, praticato o fruito da spettatori».

La dispersione dei giovani, attratti dall’adrenalina dei videogiochi e delle serie tv, sembrava già in atto prima del Covid. Che ne pensa?
«Bisogna stare attenti al fenomeno, non c’è dubbio. La contrazione dei momenti emozionali può essere legata a un momento passeggero e lo sport in questo senso resta unico, perché si svolge in diretta e non segue un copione: è un evento irripetibile».

Stadi «verdi», adatti alle famiglie, lotta al razzismo e alla violenza. La situazione italiana è preoccupante?
«Su alcuni temi sono stati fatti passi avanti, ad esempio quello della violenza attorno al calcio e i percorsi educativi con i giovani tramite i Centri federali territoriali. I casi di razzismo sono in un trend di decrescita da sei anni, ma la strada è lunga e mi fa sorridere che si parli ancora di impianti da modernizzare, perché è un concetto vecchio ormai di quindici anni. Lo stadio è il fulcro dell’attività sociale di una città: se è brutto, mal tenuto e poco accogliente, è più facile che sia anche ‘cattivo’. Senza investimenti nelle infrastrutture, nei giovani e nei temi sociali non c’è futuro».

Paolo Tomaselli, Corriere.it