Plastica, le multinazionali di acqua e bibite non riducono il packaging: ecco tutti i dati e gli obiettivi sui materiali. “Ma la vera sfida è superare la cultura dell’usa e getta”

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INCHIESTA SUGLI IMBALLAGGI/2 – Le aziende firmatarie del New Plastic Economy Global Commitment (da Coca cola a Nestlè), che rappresentano più del 20% il consumo di tutti gli imballaggi, hanno fatto pochi progressi. Nel 2019 le confezioni riutilizzabili si sono fermate all’1,9% del totale ed è stato eliminato solo il 17% della plastica monouso non necessaria o difficilmente riciclabile. Danone ha addirittura aumentato l’utilizzo. Greenpeace: “Insistere sul riciclo vuol dire continuare a promuovere una soluzione che su scala globale non funziona, bisogna avere il coraggio di puntare su sfuso e ricarica”. Solo Unilever si è impegnata in questo senso

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Le multinazionali continuano a proporre soluzioni alternative alla plastica, ma poco fanno per ridurre a monte la produzione di packaging usa e getta. Ne è la prova il rapporto pubblicato di recente dalla Ellen MacArthur Foundation che mostra come hanno agito, nel 2019, le aziende firmatarie del New Plastic Economy Global Commitment che rappresentano più del 20% il consumo di tutti gli imballaggi in plastica nel mondo.

Da Coca Cola a NestléDanonePepsiCo e Unilever. I progressi sono stati davvero scarsi. Cinque i punti critici analizzati da Greenpeace che un anno fa aveva pubblicato il rapporto Il Pianeta usa e getta. Le false soluzioni delle multinazionali alla crisi dell’inquinamento da plastica. Oggi le cose non sembrano andare molto meglio. “Insistere sul riciclo vuol dire continuare a promuovere una soluzione che su scala globale non funziona – spiega a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Ungherese di Greenpeace – altrimenti il nostro mare non sarebbe già oggi pieno di plastica”. Più del 90% della plastica prodotta dagli anni Cinquanta non è mai stata riciclata, mentre i tassi di riciclaggio in Europa si aggirano intorno al 30%. Un altro rischio è quello di provocare uno spostamento verso altri materiali, con uguali se non peggiori impatti ambientali, “senza però abbandonare il vero nemico, la cultura dell’usa e getta, a favore di quella dello sfuso e della ricarica”.

I PUNTI CRITICI – Dal nuovo rapporto della fondazione emerge che l’utilizzo di imballaggi in plastica da parte delle aziende firmatarie è cresciuto dello 0,6%, anche se viene registrato un calo dello 0,1% su quello di plastica vergine. Nel 2019, poi, gli imballaggi riutilizzabili sono stati solo l’1,9% di quelli totali, con un aumento rispetto allo scorso anno dello 0,1%. Le multinazionali firmatarie hanno eliminato, inoltre, solo il 17% della plastica monouso non necessaria o difficilmente riciclabile (mentre sono stati fatti molti progressi nell’eliminazione di plastiche come PVC e EPS, le aziende continuano ad immettere nel mercato molti altri polimeri non riciclabili). Per quanto riguarda la riciclabilità, invece, è vero che hanno etichettato quasi due terzi (65%) dei loro imballaggi in plastica come riciclabili ma, spiega Greenpeace, “si tratta di un dato poco affidabile”, in quanto “la maggioranza della plastica considerata riciclabile nella pratica non lo è affatto, o comunque non lo è in tutti i mercati e in tutte le aree geografiche”. Esiste una grande variabilità tra i dati delle diverse aziende coinvolte, ma “le 10 principali multinazionali non hanno riportato alcun cambiamento o hanno registrato progressi davvero minimi per quanto riguarda la riduzione della quantità di plastica utilizzata, l’aumento delle formule di riuso, il raggiungimento dell’obiettivo del 100% di prodotti riutilizzabili, riciclabili o compostabili, o nel raggiungimento degli obiettivi di materiali riciclati negli imballaggi in plastica”.

LA NOTIZIA INATTESA – Proprio di recente è arrivata una notizia inattesa: dopo decenni di opposizione ai sistemi di deposito per i contenitori di bevande, in una nota pubblicata a fine settembre su sito di Euractiv la EFWB (che rappresenta più di 500 produttori europei di acqua in bottiglia) e l’Unesda Soft Drinks Europe (che rappresenta i produttori di bibite che operano in Europa, tra cui Coca-Cola, Pepsi, Danone, Nestlé Waters e Red Bull) hanno dichiarato che “sistemi di deposito ben progettati potrebbero essere la chiave” per un veloce raggiungimento degli obiettivi previsti dalla direttiva UE sulla plastica monouso (SUP), che per le bottiglie in Pet sarebbe una raccolta al 90% entro il 2029, con un obiettivo intermedio del 77% al 2025. Una notizia salutata positivamente dall’Associazione dei Comuni Virtuosi, molto attiva nella promozione dei sistemi di deposito e che aderisce alla piattaforma europea Reloop a sostegno dell’economia circolare, mentre per la ong Recycling Netwerk Benelux “si tratta di una svolta storica”. Nel frattempo, infatti, sono diverse le strade scelte dalle grandi multinazionali (non solo nel settore delle bevande), come mostrano i dati diffusi dalla Ellen MacArthur Foundation.

Ilfattoquotidiano.it