Che dire, elettoralmente parlando, di Thomas Jefferson?

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Grande traccia di sé, quella lasciata da Thomas Jefferson.
Dapprima parlamentare e Governatore della sua Virginia, sarà decisivo nella stesura della Dichiarazione di Indipendenza.
Ambasciatore a Parigi (ed è quando lontano che James Madison lo tiene al corrente di tutto quanto accade nel Paese per ottenerne indicazioni e suggerimenti).
Fondatore del partito democratico/repubblicano che governerà gli USA per decenni.
Primo Segretario di Stato.
Secondo Vice Presidente.
Terzo ad entrare all’Executive Mansion…
Sua la visione e l’azione politica e istituzionale ideale, linea guida morale degli Stati Uniti (che troverà alternativa assai dopo nella ‘wilsoniana’) e definita appunto ‘jeffersoniana’.
(Si può qui ricordare che non si oppose mai al razzismo – e lasciamo perdere – e che fu il primo ad applicare lo ‘spoil system’?)
Attivo oltremodo in campo culturale, architetto, inventore.
Immortalato nel Novecento da Gutzon Borglum sul Monte Rushmore con George Washington, Abraham Lincoln e Theodore Roosevelt
Orbene, elettoralmente giudicandolo, decisamente assai più facile coglierne le ombre che i bagliori.
È nel 1796, ritiratosi George Washington, che si candida la prima volta per la magione presidenziale (non ancora edificata quella che parecchi anni dopo verrà chiamata White House).
E perde dal rivale politico federalista e Vice uscente, John Adams.
Esercita pertanto – queste allora le regole elettorali non essendo previsto il ticket che sarà introdotto solo nel 1804 – le funzioni vicarie in una (per fortuna, la sola) legislatura nella quale il Capo dello Stato è di un partito e il Vice di un altro.
Si dirà a questo punto: eccolo prevalere nel 1800, defenestrare Adams, governare otto anni, due mandati!
Davvero molte le implicazioni e le valutazioni da fare in proposito.
Ci occupiamo qui delle due più significanti.
La prima – notissima perché anch’essa, come la sua Vice Presidenza, unica quanto a modalità e per le molte conseguenze avute – riguarda l’esito della votazione che si svolse
tra il 31 ottobre e il 3 dicembre
dell’indicato anno.
Ebbene, conquistò settantatre Grandi Elettori nella circostanza.
Non abbastanza per vincere nella conseguente riunione del Collegio visto che altrettanti Delegati Nazionali contava Aaron Burr, teoricamente in corsa per il Vicariato, ma, comunque, al mentre, con lui in competizione per il massimo traguardo.
La Costituzione imponeva in una simile evenienza il ballottaggio alla Camera nel seguente anno di fronte al Legislativo appena eletto.
Ballottaggio nel quale si votava (si voterebbe anche domani, dovesse presentarsi situazione consimile – pareggio – o nessuno dei candidati avesse raggiunto la maggioranza assoluta dei Grandi Elettori) per Delegazioni valendo ogni Stato uno.
Al ‘grande Jefferson’ occorsero trentasei votazioni per infine prevalere.
Infine e in ragione del decisivo intervento a suo favore di Alexander Hamilton.
Non che al nativo dell’isola di Nevis Thomas piacesse.
Lo temeva comunque meno di Burr.
Finalmente insediato
il 4 marzo
(sarà solo dal 1937 che la cerimonia relativa avrà luogo
il 20 gennaio,
sempre dell’anno successivo a quello elettorale), il Nostro si trovò tra i piedi come Vice un non felice uomo politico.
Fra i due, contrasti e difficoltà a pioggia.
Ma insomma…
Occorse però che nel 1804, non solamente in conseguenza della vecchia faccenda, Burr sfidasse a duello Hamilton e lo uccidesse!
(Il ‘povero’ Aaron è negli Stati Uniti considerato peggio di Giuda Iscariota, ma se poi si va a guardare gli esiti del tanti giudizi subiti, per quel che conta la verità – meno di niente – fu praticamente sempre assolto).
La seconda – celata, messa da parte, fastidiosissima – concerne il fatto che se il voto degli Stati del Sud non fosse stato amplificato dalla ‘clausola dei tre quinti’ (che aumentava in ragione degli schiavi colaggiù residenti il loro peso elettorale e che Luther Martin chiamò “una grave beffa e un insulto a Dio” dato che “comportava l’assurdità di accrescere il potere di uno Stato in proporzione a quanto quello Stato violava il diritto alla libertà”), Thomas Jefferson “avrebbe perso”!
(Importante specificare in proposito.
Due esempi.
Dopo il Censimento del 1790 – i Grandi Elettori alla fine, conseguono al ‘Census decennale – centoquarantamila i cittadini liberi nel New Hampshire e quattro seggi alla Camera.
La South Carolina con altrettanti liberi e centomila schiavi, due di più.
Nel Massachusetts vivevano più liberi – e praticamente nessun servo a vita – che in Virginia ma colaggiù gli schiavi erano trecentomila e cinque i seggi in più).
Tutto questo combinato, finalmente (v’è da dirlo e chissà che sospiro di sollievo), dal 4 marzo 1801, Jefferson governò.
Osanna (?!).
Non fosse per il fatto che, sconfitto, John Adams avesse nominato Presidente della Corte Suprema un vero gigante: John Marshall.
Ovviamente federalista, improntò Marshall delle idee del movimento politico in quel modo battuto e dal punto di vista della giurisprudenza, da quello del diritto, della impostazione dei giudizi, delle determinazioni, decisamente prevalente!