Diabete, nuove tecniche per contrastarlo

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Da un lato le molecole “scudo”, vitamina D e Omega-3, ma anche polifenoli e antiossidanti, come politadina, pterostilbene, lattoferrina e quercetina, per citarne alcuni. Dall’altro trapianti di isole pancreatiche in molti casi risolutivi. “Negli ultimi 10 anni le opzioni per la prevenzione e il trattamento del diabete di tipo 1 si sono notevolmente arricchite”, dice Camillo Ricordi, scienziato italiano che lavora presso l’Università di Miami e tra i massimi esperti al mondo di diabete, trapianti cellulari e medicina rigenerativa. Se grandi passi in avanti sono stati condotti nel diabete di tipo 2, notoriamente legato a dieta e stile di vita,  “altrettanto importanti sono stati i progressi sul fronte del diabete di tipo 1 – spiega Ricordi – una malattia autoimmune in cui le cellule insulari pancreatiche preposte alla produzione di insulina vengono distrutte dal sistema immunitario e costringono i pazienti a gestire i loro livelli di zucchero ematico attraverso la somministrazione giornaliera di insulina”.
Sempre più studi dimostrano l’importanza di stile di vita, dieta e dell’assunzione di sostanze protettive, che nel caso di pre-diabete e diabete di tipo 2 possono migliorare la sensibilità all’azione dell’insulina e nel caso del diabete di tipo 1 possono modulare infiammazione e sistema immune, aiutando a prevenire o ostacolare la progressione delle reazioni autoimmuni. “La vitamina D e gli Omega-3 sono in fase di studio in trials clinici randomizzati prospettici, per determinare la possibilità di rallentare o arrestare la progressione del diabete di tipo 1”, evidenzia Ricordi, che sull’argomento sta conducendo diversi studi a livello internazionale.
“In quasi tutti i soggetti l’esordio del diabete di tipo 1 viene anticipato da livelli bassi di vitamina D nel sangue e da un rapporto tra Omega-6 e Omega-3 sbilanciato. In questi studi abbiamo osservato come più è basso il livello di vitamina D e minore è la produzione residua di insulina all’esordio, indicando una maggiore aggressività autoimmune contro le cellule produttrici di insulina”, rileva Ricordi.     Secondo il test “AA:EPA Ratio”, che valuta lo stato infiammatorio silente del soggetto collegato alla dieta, il rapporto corretto tra Omega-6 e Omega-3 nel sangue dovrebbe essere da 1.5 a 3. “Se invece gli Omega-6 si alzano, la situazione infiammatoria peggiora e diminuisce la capacità di modulare reazioni immuni (diminuiscono le cellule T regolatrici). Quando a un’alimentazione scorretta si combina un’insufficienza di sostanze protettive come polifenoli, può aumentare il rischio di diabete”, aggiunge. “L’assunzione di queste sostanze protettive potrebbe aiutare la prevenzione non solo del diabete, ma anche di infezioni virali gravi (anche da Covid-19) e malattie croniche legate all’invecchiamento”, sottolinea Ricordi. Sul fronte della cura del diabete di tipo 1 il risultato più importante è probabilmente legato al trapianto di isole pancreatiche. “Questa opzione terapeutica ha permesso ad alcuni pazienti di vivere senza avere bisogno di iniezioni di insulina anche per un tempo superiore ai 10 anni”, riferisce ancora Ricordi. Si tratta di una terapia cellulare che consiste nel prelevare le cellule produttrici di insulina dal pancreas di un donatore, purificare e trapiantarle nel paziente in modo da ripristinare la loro capacità di produrre l’insulina senza la necessità di doversi sottoporre periodicamente a iniezioni. “La procedura consente di raggiungere e mantenere profili glicemici ottimali e studi recenti hanno dimostrato che, nonostante l’assunzione di farmaci anti-rigetto, la sopravvivenza di pazienti adulti (età media 43 anni) a 20 anni dal trapianto è addirittura superiore a quella riportata in letteratura per soggetti della stessa età trattati solo con terapia insulinica”, osserva l’esperto.     Entrambi gli approcci al diabete di tipo 1, sia quello preventivo che la terapia cellulare, sono ora allo studio anche per contrastare l’infezione Covid-19. “Abbiamo la necessità di comprendere come alcuni nutrienti e sostanze protettive potrebbero avere un ruolo critico per la prevenzione delle malattie e come potrebbero aiutarci in questa emergenza Covid-19”, afferma Ricordi. “Mi riferisco a sostanze come vitamina D3, acidi grassi Omega3, polifenoli, antiossidanti, polidatina, onochiolo, lattoferrina, fisetina e quercetina, per citarne alcune. Inoltre, abbiamo appena concluso uno studio clinico internazionale che ha avuto un successo significativo su sopravvivenza e tempo di guarigione di soggetti affetti da forme gravi di Covid-19, grazie a infusioni intravenose di cellule staminali mesenchimali derivate dal cordone ombelicale. Studi simili sono ora in corso anche in diversi centri italiani coordinati dal professore Massimo Dominici dell’università di Modena e Reggio Emilia”, conclude.