Rai, solo 4 programmi coprono tutte le spese con gli spot. Oscar a “Chi l’ha visto?”

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Un documento della televisione pubblica fotografa la situazione al 2017. Viale Mazzini individua le trasmissioni “di natura artistica” e in particolare quelle “a valore aggiunto”. In queste ultime, almeno il 40% dei costi di produzione sono assicurati dalla pubblicità

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I programmi Rai autosufficienti si contano sulle dita di una mano. I programmi Rai in grado di coprire la totalità delle loro spese grazie alla pubblicità, nel 2017, erano soltanto quattro. Un documento della tv di Stato li indica con chiarezza. Erano Chi l’ha visto? sulla Terza Rete; Linea Blu, Wind Music Awards e il Festival di Sanremo sulla Prima. Tutti gli altri programmi andavano in onda solo grazie a iniezioni di canone, più o meno robuste.

E la situazione non può essere cambiata di molto, oggi, nel 2019. Intanto la raccolta pubblicitaria complessiva è in calo per la televisione pubblica. Oggi poi come nel 2017, la Rai può trasmettere messaggi pubblicitari in quantità minori rispetto alle emittenti private. In generale, la pubblicità sulla Rai
– non può eccedere il 4 per cento dell’orario settimanale di programmazione

La Rai fotografa l’autosufficienza delle sue trasmissioni nel 2017 per due ragioni. Intanto vuole individuare, nel suo palinsesto, i programmi di natura artistica. Sono programmi che aggiungono un “valore editoriale” grazie al “racconto scientifico, divulgativo, del sapere e dello spettacolo”.

Tra tutti i suoi programmi di natura artistica, poi, la televisione di Stato punta a individuare quelli con un “valore aggiunto”. Convenzionalmente, la Rai considera “a valore aggiunto” le trasmissioni capaci di coprire quantomeno il 40 per cento dei loro costi complessivi con i ricavi pubblicitari.

In queste specifiche trasmissioni, i compensi delle “prestazioni artistiche” – ad esempio i compensi dei conduttori – sono sempre coperti dai ricavi pubblicitari.

La Rai fotografa l’autosufficienza delle sue trasmissioni nel 2017 per due ragioni. Intanto vuole individuare, nel suo palinsesto, i programmi di natura artistica. Sono programmi che aggiungono un “valore editoriale” grazie al “racconto scientifico, divulgativo, del sapere e dello spettacolo”.

Tra tutti i suoi programmi di natura artistica, poi, la televisione di Stato punta a individuare quelli con un “valore aggiunto”. Convenzionalmente, la Rai considera “a valore aggiunto” le trasmissioni capaci di coprire quantomeno il 40 per cento dei loro costi complessivi con i ricavi pubblicitari.

In queste specifiche trasmissioni, i compensi delle “prestazioni artistiche” – ad esempio i compensi dei conduttori – sono sempre coperti dai ricavi pubblicitari.

La Rai avvia questa valutazione interna – individua cioè i programmi artistici e in particolare quelli “a valore aggiunto” – perché ha un problema, politico e giuridico.
La legge 198 del 2016 impone ad amministratori, dipendenti, consulenti e collaboratori della televisione pubblica un tetto ai compensi di 240 mila euro lordi annui.
La stessa legge permette alla Rai di derogare a questo tetto – cioè di pagare di più – quelle prestazioni “artistiche o professionali” che le consentano di “competere sul mercato in condizioni di effettiva concorrenza”.
A marzo del 2017, l’Avvocatura dello Stato invia al governo un suo parere, che dà un’interpretazione della legge 198 del 2016. Nel suo parere, l’Avvocatura dello Stato scrive che “spetterà agli organi gestionali della Rai” valutare se e quando la prestazione professionale di cui si avvale “abbia effettivamente natura artistica”; e se ci siano i “presupposti” per la “eventuale deroga al tetto retributivo”.  

Repubblica.it


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