Se la “Fame da vampira” supera la sete

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(di Tiziano Rapanà) Gli artisti stupiscono sempre. In positivo e in negativo. L’irregolarità del loro tratto creativo sbalordisce comunque. Nel caso di Roger Fratter, per fortuna, se ne può parlare positivamente. Roger Fratter, bergamasco, classe 1968, è un regista indipendente italiano. Ha diretto 15 film conosciuti e celebrati dai fan del cosiddetto cinema bis italico. I fan dei film di Fulci, Jean Rollin, Jess Franco, stravedono per lui. Incomincia la carriera producendo e dirigendo piccoli cortometraggi ispirati al cinema di genere anni sessanta e settanta, dalle parodie dei western di Leone alle canzonature delle spy-story anni sessanta con improbabili 008, 009 e via così. Nel 1998, arriva il primo film: Sete da vampira, ispirato ai film horror anni settanta. Da lì un successo dietro l’altro. Dei primi film segnalo Anabolyzer, Flash Evil – Il male della carne che portano Fratter a diventare il reuccio dell’horror indipendente nostrano. Poi, dieci anni fa, la svolta: basta horror. E si dà al cinema d’autore con Rapporto di un regista su alcune giovani attrici (2008). Seguono film sempre più personali, intimi e lontani dai balocchi splatter che hanno fatto felici legioni di fan. Nel 2017, le cose cambiano e Fratter torna, in parte, a riprendere il sentiero del cinema del genere con Rage Killers, un film d’azione molto divertente. Adesso torna in dvd, con doppio prodotto che celebra il suo passato e, al tempo stesso, fa dono della sua evoluzione creativa. Da una parte, il suo primo cortometraggio con Sete da vampira e dall’altra Fame da vampira, il suo ultimo lavoro realizzato con Davide Pesca. Su Sete da vampira, mi pare ci sia poco da dire: è horror interessante, affascinante, notorio per le sue atmosfere plumbee. Racconta l’ossessione di un artista per Carmilla, una vampira che ha bisogno di sangue umano per continuare a vivere. Anni fa, chiesi a Roger un pensiero sul film. Gli chiesi se fosse, a distanza di anni, invecchiato. La sua risposta mi spiazzò: “Non è invecchiato affatto. Era già vecchio all’epoca in cui l’ho girato. Infatti sembra un film degli anni Settanta”. A me Sete da vampira piace, nonostante il ritmo eccessivamente lento e il doppiaggio terrificante. Fame da vampira è invece un piccolo capolavoro del genere. Dura soltanto 30 minuti, ma merita di essere commentato con la stesso entusiasmo con cui si descrivono i grandi lungometraggi. Qui il duo Fratter-Pesca ha realizzato un horror dinamico, molto intelligente che con la Sete di vampira ha poco a che fare. Anche qui c’è un’ossessione (stavolta è una ragazza a essere travolta dal carisma luciferino della vampira), ma il film ha un’indubbia qualità superiore rispetto al precedente. Non c’è un’inquadratura e una battuta fuori posto, tutto gira magnificamente e il doppiaggio, stavolta, è impeccabile. Le due attrici protagoniste Mery Rubes e Beata Walewska meriterebbero il premio Oscar: sono entrambe straordinarie nel ricoprire i ruoli, rispettivamente, di carnefice e vittima. Spero di vederle entrambe protagoniste, in futuro, di film e fiction di rilievo. I 12,99 del doppio dvd (distribuito da Home Movies) che contiene il dittico vampiresco di Fratter, meritano d’essere spesi soprattutto per lo splendido Fame da vampira. È un horror che non smetterò mai di lodare, perché rivede l’antico rapporto tra eros e thanatos con raffinata originalità. Di solito gli artisti quando riprendono i temi del loro debutto fanno delle porcherie. Fratter, invece, riesce addirittura a superare sé stesso.

tiziano.rp@gmail.com

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