La p.a. scopre lo smart working

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Nel 2019 sono raddoppiati i progetti strutturati di smart working censiti nell’ambito della pubblica amministrazione rispetto allo scorso anno (8% contro 16%). Ma il «lavoro agile» nelle p.a. costituisce ancora un fenomeno diffuso in maniera insufficiente e con iniziative piuttosto limitate in termini di persone coinvolte: i progetti di smart working, infatti, coinvolgono mediamente solo il 12% dei dipendenti pubblici. A rilevare tale trend è la ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, presentata nei giorni scorsi, che ha evidenziato come il lavoro agile costituisca una concreta realtà nel 58% delle grandi imprese e nel 12% delle pmi. Gli smart worker sono circa 570 mila, in crescita del 20% rispetto al 2018, inoltre il report evidenzia che il 76% è soddisfatto del proprio lavoro, contro il 55% degli altri dipendenti, e uno su tre è pienamente coinvolto nella realtà in cui opera, rispetto al 21% di chi lavora in modalità «tradizionale».

Tra opportunità e limiti. Quali sono le motivazioni che spingono le p.a. ad adottare progetti di smart working? Il report le individua nella migliore conciliazione tra vita privata e professionale (78% del campione), un maggior benessere organizzativo (71%) e l’aumento della produttività e qualità del lavoro (62%). Sul fronte delle barriere all’adozione di progetti di smart working, l’analisi indica la percezione che non sia applicabile alla propria realtà (43%), la mancanza di consapevolezza dei benefici ottenibili (27%) e la presenza di attività poco digitalizzate, vincolata all’utilizzo di documenti cartacei e alla tecnologia inadeguata (21%). «Per le p.a. in particolare è necessario un rapido cambio di passo soprattutto per non perdere l’opportunità di migliorare la motivazione delle proprie persone e per attrarre nuovi talenti» sottolinea Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working, «soprattutto in relazione alla necessità di sostituire circa il 15% del personale nei prossimi 3-4 anni».

Smart working sinonimo di «conciliazione». Il 7% delle p.a. ha attivato iniziative informali di smart working, contro l’1% del 2018, mentre il 6% le avvierà nei prossimi dodici mesi. Il report rileva che le più avanzate sono le p.a. di grandi dimensioni, che nel 42% dei casi hanno già introdotto iniziative strutturate e nel 7% hanno attivato iniziative informali. Nonostante tali incoraggianti dati, resta ancora notevole il ritardo con cui le p.a. si sono avvicinate al lavoro agile, con quasi 4 amministrazioni su 10 che non hanno progetti di smart working e sono incerte (31%), o addirittura disinteressate (7%), rispetto alla sua introduzione. Lo studio evidenzia anche che, dati alla mano, appare verosimile che molte p.a. abbiano seguito un approccio di mero adempimento normativo, considerato che è pari al 10% la soglia che la normativa individua come percentuale limite da raggiungere. Inoltre, secondo il report, la percezione di inapplicabilità dello smart working negli enti pubblici risente dell’associazione tra lo stesso e le modalità di lavoro da remoto. In base agli esiti dell’indagine, il limitato livello di comprensione del pieno significato dello smart working nel settore pubblico, e la sua sostanziale associazione a un puro strumento di conciliazione, si deduce anche dal fatto che la selezione delle persone da coinvolgere nel progetto è avvenuta considerando principalmente le esigenze familiari, come ad esempio i rientri dalla maternità (nel 70% delle pa) o la presenza di disabilità o familiari a carico (57%) e, solo in seconda analisi, tenendo conto delle caratteristiche delle attività svolte dalla persona (57%).

La normativa. Le Linee Guida in materia di promozione della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, emanate dal Dipartimento della funzione pubblica nel 2017, indicano la soglia minima del 10% da raggiungere da parte ogni p.a. Tali direttive si basano sul contenuto dell’articolo 14 della legge 124/2015 che prevede che le amministrazioni pubbliche adottino misure organizzative volte a fissare obiettivi annuali per l’attuazione del telelavoro e per la sperimentazione, anche al fine di tutelare le cure parentali, di nuove modalità spazio – temporali di svolgimento della prestazione lavorativa (lavoro agile) che permettano, entro tre anni, ad almeno il 10% dei dipendenti, ove lo richiedano, di avvalersi di tali modalità, garantendo che i dipendenti che se ne avvalgono non subiscano penalizzazioni ai fini del riconoscimento di professionalità e della progressione di carriera. Le amministrazioni pubbliche sono, quindi, chiamate ad adeguare i propri sistemi di misurazione e valutazione della performance per verificare l’impatto sull’efficacia e sull’efficienza dell’azione amministrativa, nonché sulla qualità dei servizi erogati, delle misure organizzative adottate in tema di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei dipendenti. La disposizione consente a ciascuna amministrazione, nell’ambito della propria autonomia organizzativa, di individuare le modalità innovative, alternative al telelavoro, più adeguate rispetto alla propria organizzazione, alle esigenze di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei lavoratori e al miglioramento della qualità dei servizi erogati, fermo restando il rispetto delle norme e dei principi in tema di sicurezza sul luogo di lavoro, tutela della riservatezza dei dati e verifica dell’adempimento della prestazione lavorativa. Le nuove tecnologie di produzione di tipo digitale consentono, infatti, di superare il concetto della «timbratura del cartellino» e della «presenza fisica» in ufficio e quindi di una prestazione lavorativa svolta in una sede e in un orario di lavoro definiti. Peraltro, anche la legge 22 maggio 2017, n. 81 recante «Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato» si applica nei rapporti di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche. In particolare, la citata normativa, allo scopo di incrementare la competitività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, promuove il lavoro agile quale modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa.

I benefici per l’ambiente. Si concluderà nelle prossime settimane la ricerca «Smart working x smart cities» condotta dall’Enea per «misurare» l’impatto sulla qualità della vita e sulla sostenibilità urbana dei progetti di lavoro agile sviluppati nell’ambito delle pa. Lo studio ha coinvolto oltre 3.500 dipendenti pubblici, operativi in modalità di smart working o telelavoro. Il settore geografico di riferimento iniziale è stato il Centro – Nord, con particolare riferimento alla regione Liguria e al Comune di Genova che hanno affrontato le inevitabili difficoltà di spostamento dei lavoratori dopo il crollo del ponte Morandi anche con il lavoro a distanza. «Il nostro obiettivo è coinvolgere nell’indagine le pubbliche amministrazioni del Sud e delle Isole, dove è meno diffuso il ricorso al lavoro a distanza» ha dichiarato Bruna Felici dell’Unità Studi, Valutazioni e Analisi di Enea «anche se non mancano casi di enti che hanno avviato iniziative originali e interessanti. Inoltre, alle amministrazioni che aderiranno all’indagine forniremo una stima dei chilometri, dei consumi e delle emissioni evitate grazie al telelavoro e allo smart working, utili a considerare e a valutare il proprio contributo per la riduzione dell’impatto sull’ambiente».

In base al focus di Enea, ogni giorno 19 milioni di persone si recano al lavoro, soprattutto con mezzi privati: in base alle proiezioni elaborate, basterebbe anche un solo giorno a settimana di smart working per i tre quarti dei lavoratori pubblici e privati che utilizzano l’automobile per ridurre del 20% il numero di chilometri percorsi in un anno, in tal modo si otterrebbe un risparmio di circa 950 tonnellate di combustibile, oltre a una riduzione di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO2, di 550 tonnellate di polveri sottili e di 8 mila tonnellate di ossidi di azoto.

Antonio Longo, ItaliaOggi Sette