Non solo via della Seta: così i capitali cinesi hanno conquistato le aziende europee per fare grande Pechino

La trasformazione economica della Cina a moderna potenza tecnologica non passa solo per lo sviluppo della via della Seta. Da un po’ di tempo Pechino ha modificato la strategia con cui orienta i capitali nazionali nel resto del mondo. E anche se il fiume di denaro in Europa si è ridotto, le sue operazioni di fusione e acquisizione sono cresciute: diverse società nell’Unione europea sono finite sotto controllo cinese. Un risultato ottenuto anche grazie al sempre maggiore intervento delle aziende di stato.

In generale negli ultimi dieci anni, grazie al consistente flusso di investimenti diretti esteri nel vecchio continente, è salito sempre più il numero di aziende europee comprate da capitali stranieri. Acquisizioni e fusioni avvenute in settori chiave come raffinazione del petrolio, farmaceutica ed elettronica. Come mostra un rapporto della Commissione europea, oltre il 35 per cento delle attività finanziarie dell’Ue appartengono a realtà non comunitarie: l’Unione si caratterizza per essere così uno dei sistemi al mondo più aperti a questo tipo di investimenti. La maggior parte provengono da Stati Uniti, Svizzera, Norvegia, Canada, Australia e Giappone: economie avanzate che hanno diversificato ampiamente i settori di destinazione dei loro fondi.

Tuttavia, più di recente si sono imposti sulla scena nuovi investitori, le potenze emergenti. Tra queste, una posizione di primo piano è occupata dalla Cina e dalle sue aziende, che hanno moltiplicato gli acquisti in mercati più limitati ma considerati strategici, come l’industria aerospaziale e quello dei macchinari ad alto contenuto tecnologico. Se nel 2007 controllavano solo 5 mila società nell’Ue, queste sono diventate 28 mila nel 2017. Performance apprezzabili sono state anche quelle dell’India, che è passata da 2 mila a 12 mila nello stesso periodo di tempo, o la Russia che ha fatto un salto da 1600 a 12 mila.

Un dato che potrebbe essere anche più alto per la Cina se consideriamo tutte quelle società nel vecchio continente acquisite da entità registrate nei centri finanziari offshore: certo sapere la nazionalità di queste realtà economiche risulta complicato, ma se si guarda all’origine dei flussi di capitali che entrano in questi territori, si può avere qualche indizio. E secondo i dati elaborati dalla Commissione Ue, l’87 per cento di questi fondi è posseduto soprattutto da Stati Uniti e Canada (per il 38,6%), Ue (per il 26,1%) e Cina (per il 22,2%).

L’aumento delle acquisizioni cinesi in Europa è funzionale alla grande trasformazione economica e sociale che sta attraversando il Paese. “Il governo di Pechino sta puntando su una crescita qualitativa e non solo quantitativa, che mira a soddisfare esigenze della popolazione nate con il progressivo miglioramento della qualità della vita. Bisogni che non esistevano o non erano percepiti, ma che poi sono diventati prioritari con lo sviluppo della classe media”, spiega a Business Insider Italia Francesca Manenti, analista del Ce.S.I. (Centro studi internazionali). Una crescita sul piano internazionale che serve allo sviluppo e alla modernizzazione del sistema economico interno.

Il radicale passaggio che il gigante asiatico sta compiendo da “fabbrica del mondo” a potenza tecnologica ed economia di servizi è stato accompagnato da nuove richieste da parte della popolazione. Come sottolinea l’esperta nel suo report “Oltre la Bri: gli investimenti cinesi nell’Unione europea”, lo sviluppo di un sistema di welfare, l’implementazione di un piano di previdenza sociale, il miglioramento del sistema sanitario, l’adozione di politiche ambientali sono diventate tutte priorità a cui il governo ha cercato di rispondere. “E gli investimenti diretti all’estero sono serviti anche a questo scopo“, precisa Francesca Manenti. Che aggiunge: “Queste operazioni sono dettate dal bisogno delle autorità di andare a cercare all’estero quel valore aggiunto che non c’è a casa propria, dalla necessità di acquisire rapidamente know how“.

Da qui la scelta di rivolgersi a “economie mature e dall’alto capitale intellettuale” e la “predilezione per operazioni di investimento sotto forma di acquisizioni o fusioni” che avrebbe permesso alle aziende cinesi di guadagnare quell’alto contenuto di conoscenza da sfruttare poi sul piano interno, sempre nell’ottica di favorire lo sviluppo economico e sociale del sistema paese.

Certo il flusso di capitali cinesi nell’Ue si è ridotto in questi anni: era di 42 miliardi nel 2016 ed è passato a 33 miliardi nel 2017, per poi scendere a 20 miliardi nei primi tre trimestri del 2018. Tuttavia, questa riduzione è stata accompagnata da una razionalizzazione dei settori d’investimento, per indirizzare il denaro solo verso quelle operazioni che erano compatibili con la strategia di crescita nazionale. Disposizioni che sono state raccolte in una legge entrata in vigore il 1° marzo 2018 e che hanno incoraggiato le transazioni legate alla Belt and Road Initiative (la nuova via della seta) ma anche a tutti quei settori che favoriscono la crescita qualitativa auspicata da Pechino: “Biotecnologie, servizi finanziari, salute, sanità e automotive”.

Le aziende di stato hanno giocato un ruolo di primo piano in tutto questo. Come mostrano i dati della Commissione Ue, i loro investimenti diretti esteri in Europa sono stati consistenti fin dagli anni 2000, quando più del 60 per cento del totale degli investimenti cinesi nell’Unione era stato elargito da aziende per almeno il 20 per cento di proprietà dello stato. Solo nel 2016 questa percentuale è scesa dal 60 al 40, ma poi è salita nuovamente al 50 per cento nel 2017 e nel 2018.

Questa strategia di razionalizzazione degli investimenti è complementare al piano della nuova via della Seta, che punta a promuovere una nuova idea di connettività fisica e digitale tra Asia, Africa ed Europa con la costruzione di infrastrutture per garantire migliori scambi commerciali. “Sono strumenti di diplomazia economica che mirano allo stesso obiettivo: la crescita del sistema paese”, conclude Francesca Manenti.

Marco Cimminella, Business Insider Italia

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