Reddito di cittadinanza, si può dire di “no” sotto gli 858 euro

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Entra nel vivo, oggi al Senato, la discussione sul salario minimo per legge, il nuovo cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle dopo il «reddito di cittadinanza». Anzi, a ben vedere, già nel decretone su reddito e «quota 100» i pentastellati hanno creato un “ponte” verso la retribuzione minima di legge, stabilendo, con un emendamento, che un lavoro offerto a un beneficiario del sussidio non possa prevedere un salario sotto 858 euro al mese (il 10% in più dei 780 euro). Un livello che però è superiore a quello previsto per le qualifiche base di alcuni contratti (per esempio un apprendista parrucchiere prende 829 euro) e che metterebbe fuori gioco i lavoratori stagionali e quelli part time. Per questo le imprese premono affinché il decretone, ora all’esame della Camera, venga modificato.

Allo stesso tempo però, in commissione Lavoro al Senato, si stanno esaminando due proposte di legge che potrebbero avere un effetto spiazzante molto superiore.Una del Pd, primo firmatario Mauro Laus, l’altra dei 5 Stelle, presentata da Nunzia Catalfo, già autrice della prima proposta di «reddito di cittadinanza». La proposta Laus stabilisce che la retribuzione per ora di lavoro non possa scendere sotto i «9 euro al netto dei contributi previdenziali e assistenziali», quella di Catalfo si attesta sempre sui 9 euro ma «al lordo degli oneri contributivi e previdenziali». Così, un lavoratore standard (8 ore al giorno dal lunedì al sabato) non potrebbe prendere meno di 360 euro alla settimana, circa 1.500 euro lordi al mese. Un livello giudicato insostenibile dalle imprese. Basti pensare che 9,19 euro lordi l’ora è il livello del salario minimo in Germania, dove però la retribuzione lorda è mediamente del 30% più alta che in Italia. Oggi in commissione Lavoro partono le audizioni. Prima i sindacati poi le associazioni imprenditoriali.

Per le aziende 9 euro l’ora sono in molti casi più di quanto previsto dai minimi retributivi dei contratti di categoria mentre i sindacati temono che fissando un salario base di legge per tutti i lavoratori, e non solo per quelli non coperti dai contratti nazionali, si pongano le condizioni per rendere inutile il contratto stesso (e quindi la funzione di chi lo negozia). Cgil, Cisl e Uil propongono invece di usare la legge per estendere i contratti nazionali e i relativi minimi retributivi ai lavoratori che non ce l’hanno. Di attuare cioè l’articolo 39 della Costituzione. Ma il punto, in realtà, è politico: i 5 Stelle sono convinti di tutelare i lavoratori meglio dei sindacati. Che ovviamente non ci stanno. Il vicepremier Luigi Di Maio potrebbe affrontare direttamente con loro la questione nel vertice che ha convocato per domani con Landini (Cgil), Furlan (Cisl), Barbagallo (Uil) e Capone (Ugl). Ma, avvertono i 5 Stelle, poi a decidere sarà il Parlamento.

Enrico Marro, Corriere della Sera