Le aziende familiari agganciano il treno della ripresa

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Le grandi aziende familiari hanno agganciato il treno della ripresa. I family business con fatturato superiore ai 50 milioni di euro sono più di quelli registrati nel 2007, ossia alla vigilia dell’inizio della peggiore crisi economica del dopoguerra, occupano un maggior numero di addetti e hanno migliorato i coefficienti economici e patrimoniali. Restano però aperti alcuni temi che storicamente contraddistinguono il tessuto produttivo italiano: quello del passaggio generazionale prima di tutto, con capitani d’impresa che diventano sempre più anziani, e quello del modello di governance, tuttora ancorato per lo più a tipologie di gestione individualistica. È quanto emerge dal 10° report sul capitalismo familiare realizzato dall’Osservatorio Aub dell’Università Bocconi di Milano.

Il rapporto, elaborato dall’ateneo con Aidaf, Unicredit, EY, Fondazione Angelini, Borsa Italiana e Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi, scatta una fotografia delle aziende familiari di oggi, operando al contempo un confronto con i risultati ottenuti nella prima edizione di dieci anni prima. Ai fini dell’analisi è opportuno precisare che sono state considerate familiari le società controllate da una o due famiglie almeno al 50% (+1) se non quotate e almeno al 25% se quotate.

La platea. Nonostante la recessione, nel corso dell’ultimo decennio il numero delle aziende familiari con fatturato superiore a 50 milioni è cresciuto di circa 350 unità. Dalle 4.251 imprese censite dall’Osservatorio con la prima rilevazione si è passati a 4.597. L’incremento è dell’8%. È però interessante notare come metà della popolazione di riferimento sia cambiata nel corso degli anni: solo una su due tra quelle originariamente presenti ha resistito e/o è rimasta nella medesima classe dimensionale (2.445 aziende, pari al 53%). Le 1.806 imprese non più presenti nell’elenco sono state interessate da fenomeni di vario genere: il 17,4% è incorso in procedure liquidatorie o concorsuali, il 14,8% è stato inglobata da altri operatori attraverso fusioni o acquisizioni, il 6% è andato incontro a una riduzione dimensionale, mentre le altre hanno cambiato proprietà. Se si considerano anche le società con ricavi compresi tra i 20 e i 50 milioni di euro, il numero di aziende familiari è pari a 11.176 unità, con un aumento quasi in doppia cifra rispetto alle 10.231 individuate con la 7ª edizione del rapporto nel 2013. Si tratta in questo caso di pmi, ai sensi della disciplina comunitaria (che fissa proprio a 50 milioni di euro la soglia di ricavi al di sopra della quale l’ente fuoriesce dalla definizione di piccola e media impresa ai fini di legge).

Valore produzione. Le grandi aziende familiari hanno prodotto nel 2016 una ricchezza superiore ai 397 miliardi di euro, contro i 375 miliardi del 2007. Il peso percentuale sul pil italiano è rimasto compreso tra il 23 e il 24%, ma il dato deve essere ponderato rispetto all’ampliamento del campione, con una frenata del fatturato pro-capite. Se si aggiungono anche i family business con ricavi variabili tra i 20 e i 50 milioni di euro tale rapporto sale al 27,7%.

Posti di lavoro. Segno più anche sul fronte dell’occupazione. Le grandi aziende familiari hanno impiegato nel 2016 quasi 1,9 milioni di addetti. Se si guarda al 2013 il dato fa segnare una flessione inferiore a un punto percentuale, ma in confronto al 2007 il volume degli addetti è cresciuto di quasi dieci punti.

Risultati economici. Sempre con riferimento alle grandi aziende familiari, il tasso medio di crescita dei ricavi è sceso nel decennio dal 9,3 al 6,5%. Il trend rimane comunque migliore di quello delle aziende non familiari, che nello stesso arco temporale hanno visto l’andamento ascendente del grafico delle vendite flettere dal 7,9 al 5,5%. Nonostante ciò, i family business hanno recuperato la redditività degli anni pre-crisi. Basti pensare che il Roi, ossia il rapporto tra il reddito operativo e gli investimenti aziendali, è passato dal 9,5 al 9,6%. Ancora più marcato il miglioramento del Roe, ossia il quoziente tra il reddito netto e il patrimonio netto, salito dal 9,6 al 13,6%, mentre il rapporto tra posizione finanziaria netta ed ebitda è sceso da 5,5 a 5. Vero è che nel complesso pure le aziende non familiari delle medesime fasce dimensionali hanno registrato trend positivi, ma meno decisi (Roi e Roe sono infatti mediamente inferiori di oltre un punto percentuale).

La mappa. Il report dell’Osservatorio Aub traccia anche il quadro della distribuzione settoriale e geografica delle aziende familiari. Nella rilevazione del 2016 come da tradizione il manifatturiero si è confermato il comparto più «affollato», con il 47,7% del campione distribuito al suo interno. Scendendo nel dettaglio delle attività esercitate dalle imprese, rispetto al 2007 è aumentato il peso del settore alimentare (8,7%), della meccanica (6,3%) e del chimico-farmaceutico (4,0%). Nel corso degli anni il food & beverage ha così scalzato dal primo posto la metallurgia, scesa all’8% contro l’8,4% della prima rilevazione. Su scala territoriale, le province che hanno assistito a una più forte crescita del numero di aziende familiari sono Monza-Brianza (+62), Milano (+39), Vicenza (+32), Treviso e Napoli (+22 per entrambe). Il declino maggiore si è avuto nelle province di Modena (-21), Torino (-19), Padova (-12), Trento (-9), Verbano-Cusio-Ossola, Prato e Alessandria (-8 per ciascuna delle tre province). Per quanto riguarda le aziende fuoriuscite dalla popolazione a causa di procedure concorsuali, queste si concentrano per la maggior parte nel Nordovest in valore assoluto (214 in Lombardia, 98 in Veneto, 59 in Piemonte), ma se si guarda la percentuale rispetto al numero di aziende attive nell’intera regione balza in testa la Puglia (29 procedure, pari al 40% dello scenario locale), seguita da Toscana (49, pari al 25,9%) e Campania (35, pari al 25,2%).

Valerio Stroppa, ItaliaOggi Sette

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