Addio Marchionne, l’ex braccio destro Altavilla: “Era critico ed esigente, ma anche capace di slanci affettuosi e sinceri”

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«Ero al Townsend Hotel di Birmingham, nei dintorni di Detroit, aspettavo Sergio Marchionne — ricorda Alfredo Altavilla, il manager responsabile dell’area Emea di Fiat Chrysler Automobiles sino al 31 agosto — per partecipare ad una riunione in General Motors con cui avevamo, allora, un’alleanza. Arrivò infuriato, gli avevano perso il bagaglio e non poteva cambiarsi prima dell’incontro».
Questo successe nel 2004, fu il loro primo impegno insieme, possiamo immaginare la soggezione di Altavilla — allora aveva 40 anni — alla prima trasferta con il suo amministratore delegato. Iniziò un rapporto di stima e fiducia durato 14 anni, «entrò subito in sintonia non solo con me — racconta Alfredo —, eravamo un gruppo di giovani tra cui Luca De Meo , oggi presidente della Seat, e Antonio Baravalle che copre la carica di amministratore delegato della società Lavazza. Eravamo giovani, pieni di entusiasmo, ci diede la possibilità di esprimere le nostre opinioni e la nostra creatività».
Marchionne ha voluto, sin dal suo ingresso in Fiat, formare una generazione di futuri dirigenti , pronti ad accettare le sfide in ambito internazionale. La voce di Altavilla si interrompe, è difficile gestire l’emozione del momento, ha saputo da poco che Marchionne è spirato. «Due sono stati indubbiamente gli eventi che hanno segnato il corso della nostra storia: il giorno di San Valentino del 2005, quando abbiamo chiuso, a nostro vantaggio, il legame con General Motors, e il 9 giugno 2009, quando, a Washington, nell’ufficio della Fiat, dopo una trattativa con il ministero del Tesoro americano e la task force del presidente Barack Obama, abbiamo firmato l’accordo per assorbire la Chrysler. Subito dopo siamo partiti per New York, Marchionne aveva un impegno nella sede della Ubs, la banca svizzera di cui era allora membro del consiglio di amministrazione. Uscì dalla riunione per vedere in televisione la conferenza di Obama che annunciava agli Stati Uniti la fusione tra Chrysler e Fiat Auto, sottolineando che il Lingotto era l’azienda più rispettabile d’Italia e che l’attuale management aveva realizzato un notevole rilancio. Ci siamo abbracciati, davanti a tutti gli ospiti americani, con le lacrime agli occhi».
Altavilla riprende a seguire le immagini che in questi giorni riaffiorano nella sua mente. «Quando Sergio ci ha annunciato il primo trimestre positivo della Fiat Auto, con un utile minimo ma che arrivava dopo anni in cui i bilanci segnavano solamente cifre negative, in rosso fisso: Marchionne sorprese tutta la squadra, fece portare una grande torta e lo spumante per festeggiare. Sapeva condividere i successi con noi, trasmettendoci energia e positività». Allora Marchionne non era così duro come è stato regolarmente descritto? «No, aveva chiara la sua funzione di capo e il legame che riguardava il rapporto con i collaboratori. Poteva essere critico ed esigente ma finita questa relazione era capace di slanci affettuosi e sinceri, esisteva un doppio legame, dava prova di sensibilità se ci vedeva demoralizzati, chiedeva notizie della nostra famiglia, partecipava alla nostra vita». Si percepisce ancora più intensamente la presenza di Marchionne, la perdita inizia a lasciare una traccia profonda, «mancherà a tutti noi un uomo dalla straordinaria intelligenza con cui si poteva discutere su ogni cosa, per ore, anche animosamente. Mancherà una mente incredibilmente illuminata».
Bianca Carretto, Corriere.it
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