L’Eni ha assunto un’indagata. Descalzi si difende: “Non ne sapevo nulla”

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Ingaggiata Paduano, presunta complice di Casula sulle tangenti in Congo

Claudio Descalzi, a. d. di Eni

La tragedia dell’Eni – travolta da tre scandali di corruzione internazionale (in Algeria, Nigeria e Congo) e dall’inchiesta milanese sul “presunto depistaggio”, che vede indagato per associazione a delinquere l’ex capo del servizio legale Massimo Mantovani – ha assunto nell’assemblea degli azionisti di ieri toni e ritmi surreali degni di una commedia di Mel Brooks. L’assetto attuale del vertice aziendale vede l’amministratore delegato Claudio Descalzi rinviato a giudizio per corruzione internazionale per le tangenti in Nigeria (cosiddetto caso Opl 245) insieme al suo braccio destro Roberto Casula e al predecessore Paolo Scaroni. Il capo del cosiddetto Upstream (l’estrazione di petrolio) Antonio Vella è in attesa di sentenza nel processo per le tangenti in Algeria, dove l’accusa ha chiesto per lui 5 anni e 4 mesi di carcere. Di Mantovani si è detto.

L’indagata assunta – Incalzati dalle domande dell’associazione Re:Common, i vertici del colosso petrolifero hanno rivelato che Maria Paduano, indagata per le tangenti in Congo come presunta complice di Roberto Casula, braccio destro di Descalzi, è stata assunta dall’Eni nello scorso settembre. Infatti la perquisizione ordinata dalla procura di Milano è stata fatta un mese fa nel suo ufficio dentro lo storico palazzone dell’Eni all’Eur di Roma.

Paduano era esponente della Wnr, la “società di comodo” che secondo gli inquirenti sarebbe stata il veicolo per retrocedere a Casula parte delle tangenti pagate in Congo. Il decreto di perquisizione fa anche riferimento ad accertati rapporti diretti tra Paduano e Casula. Nel giugno 2017, tre mesi prima dell’assunzione all’Eni, Casula ha comprato una casa a Roma in seguito a un contratto preliminare firmato dalla donna. Casula, dopo la perquisizione di aprile si è messo in aspettativa, ha detto la presidente Emma Marcegaglia, per evitare “ogni possibile problema che possa derivare alla società dall’indagine a suo carico”. Una delicatezza mancata a tutti gli altri indagati e imputati e allo stesso Casula dopo il rinvio a giudizio per la Nigeria, il che fa sospettare che la decisione del manager sardo sia stata sollecitata. Forse da Descalzi, che da imputato continua a dirigere l’azienda per 4 milioni all’anno di stipendio.

Infatti, secondo l’Eni, Descalzi non sapeva niente della singolare assunzione, cosa che fa sospettare che l’ad imputato non abbia un pieno controllo . È vero che solo sei mesi dopo si è saputo che la Paduano era indagata, ma si ammette che “al momento dell’assunzione non si aveva conoscenza di attività pregresse della dottoressa nella società Wnr”. Paduano, fa sapere l’Eni, è stata assunta con una una procedura competitiva “nella struttura competente in materia di sostenibilità”, ma non si sa chi l’abbia selezionata perché “non c’è un unico decisore nel processo di assunzione delle risorse da mercato”. In ogni caso la presidente Emma Marcegaglia, che ha confermato “la massima fiducia nella correttezza dell’operato della società, di Descalzi e dei suoi manager”, ha rassicurato gli azionisti notificando che l’Eni ha ottenuto la certificazione Iso 37001 per le procedure anticorruzione.

La presunta bugia – All’assemblea dell’anno scorso Re:Common aveva chiesto se ci fossero rapporti d’affari in Congo con la Petro Services. società coinvolta nell’affare congolese e con la curiosa caratteristica di condividere in Congo la casella postale con la società Elengui Ltd della moglie di Descalzi Marie Madeleine, imprenditrice congolese. Marcegaglia rispose: “Non esistono in Congo, a oggi, legami contrattuali con le società Osm e Petro Services”.

Giovedì Giulia Franchi di Re:Common l’ha accusata di aver mentito, notando che Il Fatto aveva riferito nell’edizione di mercoledì che Petro Services aveva lavorato per Eni in Congo per cinque anni emettendo fatture totali per 105 milioni. La replica di Marcegaglia è stata degna di Pirandello: “L’anno scorso ho detto che non avevamo rapporti con Petro Services, ma ho specificato: a oggi. Infatti le ultime fatture le avevamo pagate a febbraio 2017. Poi dovevo dire anche che con quella società avevamo avuto rapporti in passato, ma nella fretta non l’ho letta e non è stata verbalizzata”. Con un anno di ritardo comunque l’Eni conferma che Il Fatto ha scritto la verità: 105 milioni di lavori.

Giorgio Meletti, Il Fatto Quotidiano

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