L’intenzione choc di Delon: “Il mio cane morirà insieme a me”

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Alain Delon

Estremo gesto d’amore o d’egoismo? Ha suscitato un dibattito in Francia la decisione di Alain Delon di di far sopprimere il suo cane, se dovesse morire prima di lui. In un’intervista a Paris Match, l’82enne attore francese ha raccontato il suo amore per gli animali e in particolare per Loubo, un pastore belga Malinois da cui non si separa mai. Poi Delon ha rivelato l’insolita disposizione che ha dato al veterinario: se dovesse andarsene prima del cane, dovrà fare un’iniezione a Loubo in modo da farlo morire tra le sue braccia.

«Faccia d’angelo», come era soprannominato l’attore, vive da solo con Loubo e un gatto a Douchy, in una villa nella foresta della Valle della Loira di cui ha aperto le porte al settimanale francese. Con i figli Anthony Alain-Fabien e Anouchka che vivono lontani e una depressione latente che lo ha portato anche a meditare il suicidio, la compagnia dei due animali è importante per Delon che in vita sua ha avuto ben 50 cani.

E ora che sente più vicina la morte, l’attore ha chiesto e ottenuto l’autorizzazione per farsi seppellire nella cappella della sua tenuta, in cui già riposano 35 suoi cani. E ha pensato anche a Loubo che considera il suo «cane di fine vita» e che «ama come un bambino» «Quello che so è che non lo lascerò da solo», ha detto, «se dovesse morire prima di me, cosa che spero, non ne prenderò più altri. Se morirò io prima di lui, chiederò al veterinario di lasciarci andare insieme. Gli farà una iniezione letale in modo che se ne vada tra le mie braccia. Preferisco così piuttosto che sapere che morirà sulla mia tomba con tanta sofferenza».

Immediate le reazioni sui social, per lo più negative all’idea che Loubo possa finire i suoi giorni anzitempo per un «capriccio» del suo padrone. «È talmente megalomane che pensa che il suo cane si lascerebbe morire di tristezza per lui», è stato uno dei commenti. «Ma se il suo cane dovesse morire prima di lui, si può sopprimere Alain Delon?», si è chiesto un altro.

La Stampa

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