A passeggio tra i misteri del linguaggio dell’arte nella pittura e nella musica

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«Quando la pittura parla – Retoriche gestuali e sonore nell’arte» di Stefania Macioce

A passeggio tra i misteri del linguaggio dell’arte nella pittura e nella musica per scoprire gli avvincenti segreti dell’oratoria e della retorica nell’arte. La retorica classica è infatti il fondamento per comprendere la comunicazione attraverso i gesti. Un’approfondita indagine su questo aspetto poco noto, portando un prezioso squarcio di conoscenza, la compie il libro «Quando la pittura parla – Retoriche gestuali e sonore nell’arte» della prof. Stefania Macioce, docente di storia dell’arte alla Sapienza Università di Roma, pubblicato da Gangemi Editore. Una ricerca che porta dentro alle opere d’arte rivelandosi utile non solo agli appassionati e studiosi d’arte, ma ad una società in cui la comunicazione è diventata fondante ed essenziale. Guardare un quadro e darne un giudizio estetico sulla base dell’impatto visivo e artistico, infatti, non basta. Perché in gran parte dei dipinti l’autore ha fatto propri elementi di retorica, di gestualità, di simbologia che vanno ben oltre all’aspetto meramente visivo, così che la sua opera ‘parla’, comunica sentimenti e passioni, attraverso un linguaggio verbale e fisico intensamente espressivo. Con «Quando la pittura parla – Retoriche gestuali e sonore nell’arte», Stefania Macioce esplora le permanenze della retorica antica, codificata da grandi oratori e rétori, nei trattati di pittura. Come l’oratore, il pittore deve saper coinvolgere il proprio pubblico stimolando emozioni, partecipazione e commozione secondo l’antico adagio: «docere, delectare, movere», ossia «insegnare, dilettare, commuovere». Si tratta di una comunicazione silenziosa di affetti, moniti moraleggianti, temi sapienziali, narrazioni storiche o valenze estetiche. Ciò avviene anche nell’ambito musicale ove, dal Rinascimento a tutto il Barocco, il musico è equiparato all’oratore. Musica e pittura si coniugano nei quadri di Pietro Paolini, un attraente quanto singolare caravaggesco lucchese; nella sua pittura che ritrae villani, aristocratici e strumenti musicali confluiscono frequentazioni poetiche, accademiche, consuetudini di un tempo antico ed interessi musicali. Le pose e i gesti, anche nei dipinti, sono necessari alla comunicazione quanto le parole, ne potenziano l’efficacia in una sorta di metalinguaggio caratterizzato da un sistema di segni. Alcuni esempi: «Manus loquax» (mano eloquente), l’indice e il medio protesi, mentre le restanti dita restano chiuse: servono per indicare che la figura sta tenendo un discorso (Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, nell’«Annuncio a Sant’Anna», nel «Sacrificio di Gioacchino» e nella «Resurrezione di Lazzaro»). «Disputatio», contrazione delle prime tre dita: il computo digitale è un gesto convenzionale, dal valore iconografico, stabilmente impiegato per caratterizzare soggetti coinvolti in argomentazioni filosofiche (Caravaggio, «San Matteo e l’angelo» a Roma, Cappella Contarelli, San Luigi dei Francesi). Secondo Leon Battista Alberti, i pittori devono essere oratori e così anche i musici, in base ai trattati del ‘500 e ‘600, devono comportarsi come oratori applicando le regole retoriche nella voce e nell’esecuzione musicale per coinvolgere empaticamente il pubblico e “muovere gli affetti”. Quintiliano, nella sua «Institutio oratoria», aveva proposto del resto un parallelo fra «oratore» e «musico». Così il dipinto «Concerto a cinque» di Pietro Paolini è emblematico e costituisce un esempio magistrale di iconografia musicale, un manifesto dei nuovi orientamenti della musica secentesca. La presentazione «Quando la pittura parla – Retoriche gestuali e sonore nell’arte» è stata fatta da Padre Paolo Garuti, professore di esegesi e retorica antica all’Ècole biblique di Gerusalemme e all’Angelicum di Roma; da Luca Verdone, registra e storico dell’arte; da Andrea Fossà, docente di violoncello al Conservatorio di Palermo.