Mattarella, un governo di tregua con una guida «economica» per votare in primavera

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Con il no dei partiti urne a ottobre: in ballo manovra e aumento Iva. Verrebbe proposto un servitore dello Stato, autorevole pure fuori d’Italia, di riconosciuta imparzialità e con adeguate competenze in campo economico

Con il no dei partiti urne a ottobre: in ballo manovra e aumento Iva. Verrebbe proposto un servitore dello Stato, autorevole pure fuori d’Italia, di riconosciuta imparzialità e con adeguate competenze in campo economico.
Fino a mercoledì sera aveva pensato di consultare i partiti già oggi. Infatti, per lanciare il suo ultimatum (o prova d’appello, a seconda di come lo si consideri), gli era bastato fiutare l’aria che tirava sulla direzione del Pd, dove era ormai esclusa un’intesa con i 5 Stelle. Poi, forse perché qualcuno premeva ancora per l’ennesimo supplemento di tempo, ha concesso un altro fine settimana alle forze politiche. Lunedì le sentirà tutte, ma dedicando soltanto venti minuti a ogni delegazione, così da tirare le somme entro sera. E per far sapere loro su che cosa le interrogherà, ha fatto diramare un comunicato. Conciso alla sua maniera, e però chiarissimo. «A distanza di due mesi le posizioni dei partiti sono rimaste immutate. Non è emersa alcuna prospettiva di maggioranza di governo. Nei giorni scorsi è tramontata anche la possibilità di un’intesa tra il Movimento 5 Stelle e il Pd». Perciò, dalle nuove consultazioni (le terze, per lui, alle quali va aggiunto il lavoro degli «esploratori» Casellati e Fico) si aspetta una definitiva chiarezza. Vale a dire che le convoca «per verificare se i partiti abbiano altre prospettive di maggioranza di governo».

Modello Draghi

Traducendo: finora avete girato a vuoto, se esistono delle ipotesi «coperte» (da quella di un patto tra il centrodestra e il blocco renziano del Pd a quella di un soccorso di imprecisati «responsabili» pronti a sostenere lo stesso centrodestra in Parlamento), rendetele ufficiali. Presentandole qui e non limitandovi a vagheggiarle nei corridoi di Montecitorio o nei salotti mediatici. Altrimenti, archiviata la fase delle pazienti attese notarili, dovrò pensarci io. Come? Con che tipo di governo? Con quale orizzonte? E con quale premier? La soluzione sarebbe un «esecutivo di tregua», lo definiscono al Quirinale. Con un obiettivo minimo, sia dal punto di vista dei contenuti sia da quello temporale: varare la legge di Stabilità entro la fine dell’anno e traghettare il Paese verso nuove elezioni nella primavera del 2019, anche se Mattarella sogna che possa proiettarsi più in là, modificando l’attuale, pessimo, sistema di voto. Quanto al premier, si indica un tipo di figura che non sembra facilissimo trovare, da noi, dopo anni di rincorsa a rottamare chiunque abbia avuto incarichi di vertice, nella Repubblica. Verrebbe insomma proposto un servitore dello Stato, autorevole pure fuori d’Italia, di riconosciuta imparzialità e con adeguate competenze in campo economico. Il ritratto di un Mario Draghi, se mai ne esistesse un altro, considerando che l’originale è impegnato ancora a lungo alla guida della Bce.

«Tutti contro tutti»

Chi potrebbe dire di no al presidente, se sarà costretto a fare questa proposta «in nome dell’interesse nazionale»? Chi si prenderebbe la responsabilità di ignorare gli allarmi di mercati e Cancellerie, ultimo quello echeggiato ieri a Bruxelles per bocca del commissario Pierre Moscovici, in cui non si nascondono più i timori di un’incoerenza europea del nostro Paese, di un mancato rispetto delle regole e di un prolungato vuoto di potere a Roma? Sul Colle non vogliono immaginare un simile scenario. Così come non riescono a capacitarsi di certe smanie di coloro che continuano a sentirsi in campagna elettorale («vogliono fare un governo di tutti contro di noi», hanno vittimisticamente detto i 5 Stelle) oppure di certe pretese assurde. Per esempio quella di Giorgia Meloni, di Fratelli d’Italia, che vorrebbe subito un incarico pieno al centrodestra, anche se non ha i numeri necessari. Qualcuno dovrebbe ricordarle che un incarico al buio è impossibile, e lo dimostra l’esperienza di Pier Luigi Bersani, cinque anni fa. Il quale ebbe solo un pre-incarico, poi fallito, pur disponendo della maggioranza assoluta alla Camera. Certo, il «governo di tregua» cui il capo dello Stato pensa potrebbe non ottenere la fiducia del Parlamento. Ma a quel punto diventerebbe un governo elettorale, con il compito di gestire il voto a ottobre. E, sospirano al Quirinale, coloro che lo bocciassero si prenderebbero la responsabilità di costringerci all’esercizio provvisorio di bilancio e a un molto costoso aumento dell’Iva.

Marzio Breda, Corriere.it