Nuovi guai africani per Eni

Share

Una maxi-riserva è in mano a tre connazionali con un socio inglese, tutti collegati ai vertici del colosso statale. E ora la Procura di Milano indaga sul numero due Roberto Casula. In edicola da domenica 8 aprile sull’Espresso l’inchiesta, realizzata grazie ai Paradise Papers, che svela l’affare miliardario coperto da una rete offshore

Claudio Descalzi, a. d. Eni

Nuovo scandalo africano per l’Eni, che torna sotto inchiesta a Milano per una grave accusa di corruzione internazionale, con una trama inedita: tre italiani, con un socio inglese residente a Montecarlo, sono diventati proprietari, segretamente, di un enorme giacimento di gas nel Congo francese. L’Espresso, nel numero in edicola da domenica 8 aprile, ricostruisce questo riservatissimo affare miliardario rivelando che i quattro beneficiari, la cui identità era finora coperta da un muro di società offshore, sono due uomini e due donne accomunati da una caratteristica: sono tutti collegati con i vertici dell’Eni, il colosso del gas e petrolio controllato dallo Stato italiano.

L’inchiesta de L’Espresso si fonda sull’analisi di oltre 700 documenti riservati estratti dai Paradise Papers, il gigantesco archivio di società offshore che il quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung ha condiviso con l’International Consortium of investigative journalists (Icij), di cui fa parte il nostro settimanale. I risultati della nostra inchiesta giornalistica hanno trovato piena conferma nella nuova indagine giudiziaria aperta dalla procura di Milano, che ieri ha mandato la Guardia di Finanza nelle sedi dell’Eni a Milano e Roma, con l’ordine di perquisire anche gli uffici e le abitazioni di sei indagati, tra cui spicca il top manager Roberto Casula, il capo della divisione più importante (di fatto il numero due) del colosso petrolifero statale.

L’inchiesta de L’Espresso rivela inoltre che l’economista Luigi Zingales si era dimesso dal consiglio di amministrazione dell’Eni, nel 2015, dopo essersi scontrato personalmente con Claudio Descalzi, il numero uno del colosso petrolifero, proprio sugli affari con la Aogc in Congo.

L’Eni, con i suoi più importanti manager, è già sotto processo a Milano per gravissime accuse di corruzione ai danni di altre nazioni africane come Algeria e Nigeria. Le Procure di Roma e Messina inoltre accusano un ex pm di Siracusa e un avvocato siciliano dell’Eni di aver orchestrato una falsa indagine giudiziaria proprio per spingere alle dimissioni Zingales (e un altro ex consigliere indipendente) con l’obiettivo, fallito, di fermare i magistrati milanesi che indagano sulle maxi-corruzioni in Africa.

Il gruppo Eni oggi ha confermato di «aver ricevuto ieri dalla Procura di Milano una richiesta di consegna di documenti in relazione ad alcune attività svolte in Congo nel 2009 e nel 2014. La richiesta fa seguito ad altre due precedenti ricevute nel 2017 di cui la società aveva già dato notizia nella propria informativa finanziaria. La società ha già provveduto alla consegna della documentazione richiesta». La società conferma inoltre che la Guardia di Finanza ha perquisito anche «gli uffici di due persone di Eni».

Nel merito delle nuove accuse, il gruppo petrolifero controllato dallo Stato italiano «dichiara la propria totale estraneità da presunte condotte illecite in relazione alle operazioni oggetto di indagine, operando nel pieno rispetto delle leggi stabilite da Stati sovrani, e continuerà a fornire la propria collaborazione alla magistratura affinché possa essere fatta la massima chiarezza sulla vicenda».

Paolo Biondani e Stefano Vergine, L’Espresso