A Bologna, i lavoratori Coop sono delusi dal Pd

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«Mio nonno era comunista, ma per davvero. Lui ci credeva. Ecco, io penso che se mio nonno sapesse che il Pd ha candidato Casini, si rivolterebbe nella tomba. Poi rivolterebbe anche le sezioni del partito di tutta la provincia. La faccio breve: per la prima volta in vita mia, non so chi votare». I tormenti del popolo di sinistra alla vigilia delle elezioni prendono forma in un pomeriggio d’inverno al bancone della pescheria di un ipermercato Coop alle porte di Bologna. Il caporeparto Gianluca Giunta, 54 anni, parla schietto e si accalora: «Anche stavolta metterò la croce sulla scheda elettorale, ma sono arrabbiato. Renzi ha svenduto la nostra storia. Gli vorrei fare una sola domanda: caro Matteo, cosa ti è passato per la testa? Mia figlia vota per i grillini, chissà che forse abbia ragione lei».

Nella roccaforte rossa

Fuori piove a dirotto, la nebbia spessa sale da Ferrara e nasconde i colli. «Fa un freddo birichino», chiosa la signora mentre litiga con l’ombrello. Coop Alleanza 3.0 è la cooperativa di consumatori più grande d’Italia. Gestisce punti vendita lungo tutta la dorsale adriatica, dal Friuli alla Puglia. Solo in Emilia Romagna dà lavoro a quasi 12 mila persone. Tra questi c’è Alessandro Petrolati, ferrarese, 52 anni di cui trenta passati in cooperativa. «All’inizio facevo il cassiere, poi sono passato all’ortofrutta e adesso sono qui». Oggi è il direttore di un supermercato con 380 dipendenti. Il suo amore per la Spal è smisurato, pari solo all’allergia per le cravatte. «La cosa più bella – racconta – è quando riesco ad assumere i giovani. La mia filosofia è aiutare chi è rimasto indietro. Proprio quello che dovrebbe fare la politica…». E invece? «Invece i governanti si sono dimenticati che fuori dai palazzi esiste la gente. Hanno smarrito gli ideali». Affetti e politica, nell’ultima roccaforte rossa tutto s’intreccia. «La mia è una famiglia di sinistra. Mio padre è un vecchio militante, dice che dovrei votare Pd – rivela Petrolati -. Ma sono troppo deluso. Penso che alla fine sceglierò Bonino e Tabacci, sono brave persone e competenti».

Il duello più atteso

A Bologna – da sempre laboratorio politico e città maestra di contraddizioni – va in scena una delle poche sfide degne di nota della tornata elettorale. La gustosa battaglia è quella per il collegio uninominale del Senato. Da una parte c’è Pier Ferdinando Casini, navigato democristiano in Parlamento dal 1983, che ha strappato l’ambito posto in lista nella coalizione guidata dal Pd. Dall’altra c’è l’ex comunista Vasco Errani, già presidente della Regione, schierato da Grasso e Bersani nel tentativo di sgambettare Renzi nella città simbolo della sinistra. Infine ci sono Michela Montevecchi (Movimento 5 Stelle) ed Elisabetta Brunelli (civica vicina a Forza Italia), che sperano di beneficiare dello scontro fratricida a sinistra. Scontro che, almeno finora, non c’è stato.

Tra Casini ed Errani, per ora, scorrono parole al miele: «Non ho alcun motivo per polemizzare con lui», dice uno; «Lo rispetto, è un politico per bene», risponde l’altro.

Per sapere come andrà a finire tocca aspettare il 5 marzo. Tuttavia l’indagine lampo effettuata tra le corsie delle Coop bolognesi – nessuna pretesa statistica, per carità – qualcosa rivela. Su trenta interpellati, undici dicono che voteranno per il Pd, sei per i grillini, tre per Liberi e Uguali, due per Forza Italia, uno per Salvini; tre non andranno alle urne, mentre quattro non hanno ancora deciso che fare. Numeri a parte, a colpire è lo scetticismo, tratto distintivo dell’homo bononiensis.

I clienti più cortesi sospirano e sbuffano, i più insofferenti si allontanano e imprecano contro le classi dirigenti (a volte con parole irriferibili). Il termine più abusato è delusione. «Voto Pd, è ovvio», assicura lisciandosi i baffi Graziano Albertazzi, classe 1933: «Casini? Pazienza, mi turerò il naso, ma non tradisco il partito». Domenico Fortunato, dirigente bancario in pensione, si definisce un «liberale spaesato». Sorride gentile, cita Einaudi e Malagodi: «Quegli ideali si sono persi. Oggi la politica è sporca. Voterò per il centrodestra. Avrei potuto scegliere anche il Pd, in passato l’ho fatto. Ma finché il ciarlatano toscano non va a casa, preferisco Berlusconi».

Al reparto carni Luciano Aldrovandi affetta con sapienza il sottofiletto: «Io non ho la ricetta magica per guarire i mali del Paese. Quello che so è che dobbiamo lavorare meno per lavorare tutti. Non sta in piedi un sistema che mi tiene qui fino a 70 anni e lascia fuori i giovani. Io cerco di essere ottimista, ma è sempre più difficile. Speravo in un mondo migliore per i miei figli, dovranno costruirselo da soli».

All’uscita del supermercato del quartiere San Donato c’è il banchetto di Greenpeace. «Vuole salvare una balena?», domanda la ragazza con la pettorina verde. Quasi nessuno si ferma. Il cielo è grigio, l’umidità penetra nelle ossa. Iyabo batte i denti e sorride a tutti. È arrivato dalla Nigeria un anno fa, laggiù ci sono una moglie e due figli che lo aspettano. Aiuta gli anziani a portare i sacchetti della spesa in cambio di una moneta: «Ci sono le elezioni? Non lo sapevo. In Nigeria i politici sono tutti corrotti. E qui?».

La signora Carla

La ragazza è l’arcobaleno che all’improvviso sbuca dalla nebbia: occhi verdi, capelli blu, giubbotto rosso, anfibi viola. «Se stai facendo un sondaggio lascia perdere perché non faccio testo, io sono strana». Si chiama Alida, studia Lettere all’università. Meglio Renzi o Di Maio? Lei finge di svenire, poi sorride: «E va bene, te la sei cercata. Il mio voto va alla signora Carla, anche se non è candidata». E chi sarebbe? «Una donna di sessant’anni che vive nelle case popolari del quartiere Corticella assieme al figlio disoccupato. Qualche settimana fa volevano sfrattarla, ma l’abbiamo impedito. A Bologna i politici fanno la guerra ai poveri». Che cosa farà Alida il 4 marzo? «Quel giorno inforcherò la bici e andrò fuori città. Nei seggi elettorali c’è un cattivo odore, a me piace l’aria pura».

Gabriele Martini, La Stampa