Summit in Usa. Banchieri centrali al bivio, a Jackson Hole inizia la fase due

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Fed e Bce devono fare scelte attente nelle loro politiche monetarie. Timori per che il super euro e per le incertezze legate all’amministrazione Trump

Il gran cerimoniere sarà Esther George, numero uno della Fed di Kansas City: da oggi, giovedì 24 agosto, a sabato, infatti, nell’americana Jackson Hole è in agenda il summit dei banchieri centrali, spesso utilizzato dai governatori degli istituti per diffondere messaggi di politica monetaria.

Nella cittadina montana dello stato del Wyoming gli ospiti più attesi sono il governatore della Federal Reserve, Janet Yellen, che potrebbe far chiarezza sulle prossime mosse della banca statunitense. Ma attesissimo, dopo un’assenza durata tre anni, è anche il presidente della Bce, Mario Draghi. Entrambi parleranno domani.

Fed e Bce sono al bivio delle loro politiche monetarie e sotto i riflettori degli analisti, con i timori che il super euro rischia di frenare la crescita dell’economia, e l’incertezza legata all’amministrazione Trump, che perde pezzi giorno dopo giorno. E proprio il presidente americano potrebbe decidere fra qualche mese di non confermare la Yellen alla guida della banca centrale a stelle e strisce, poiché ritenuta troppo rigida nelle sue scelte, visto che numerose indiscrezioni parlano di un possibile passaggio della guida della Fed nelle mani di Gary Cohn, già banchiere di Goldman Sachs e oggi direttore del National Economic Council di Trump, vale a dire il più alto in grado tra i consulenti economici della Casa Bianca.

Cosa dirà a Jackson Hole la “signora del dollaro”? Secondo molti analisti i recenti verbali dell’ultima riunione della Fed lasciano pensare che un nuovo rincaro dei tassi d’interesse non sarà varato dal prossimo meeting del 20 settembre e che dunque in Wyoming la Yellen terrà ferma la barra già annunciata a metà dello scorso luglio alla Camera e al Senato americani sulla rotta di una cauta normalizzazione di politica monetaria, da tradursi in graduali aumenti del costo del denaro nell’arco dei prossimi anni. Ma con tanta prudenza, alla luce di una ripresa economica americana sulla quale, nonostante i proclami di Trump, ancora non si ha sufficiente certezza: vale dire che i tassi, oggi nella fascia tra l’1% e l’1,25% dopo tre mini-rialzi, non dovrebbero conoscere ripetuti significativi ritocchi. E cautela anche nel procedere con l’altro strumento di ritiro degli stimoli economici: la riduzione del colossale portafoglio da 4.500 miliardi di dollari in titoli del Tesoro e garantiti da mutui accumulati dalla banca centrale americana nel corso della passata crisi.

I mercati finanziari se guardano con preoccupazione al possibile avvicendamento della prudente Yellen, che potrebbe significare nel peggiore dei casi un “commissariamento” politico della Fed, aspettano anche di capire le prossime mosse di Draghi, il cui intervento è atteso per dopodomani. “Super Mario” usò proprio la platea di Jackson Hole nella sua ultima presenza al meeting del 2014 per spiegare come avrebbe fatto ricorso a «tutti gli strumenti possibili» per invertire il trend di un calo dell’inflazione europea mediante il famoso “quantitative easing“, programma di acquisto di titoli già avviato dalla Fed sei anni prima.

Draghi torna a Jackson Hole potendo vantare la bontà dei risultati di quell’azione: quest’anno, infatti, l’inflazione in Europa è risalita all’1,3% dallo 0,4% del 2014 mentre il tasso di disoccupazione è sceso al 9,1% (il minimo dal febbraio 2009) rispetto all’11,5% dell’agosto di tre anni fa, tanto che da allora il numero totale dei disoccupati si è ridotto di ben 3,7 milioni. E la ripresa nel Vecchio Continente sembra essere oggi, finalmente, un dato di fatto con una crescita media del prodotto interno lordo del 2,2% rispetto al magro 1,1% di giugno 2014. Cosa dirà ai suoi colleghi banchieri centrali di tutto il mondo, prima della riunione della Bce dopo la pausa estiva, già in programma per il 7 settembre? Parlando lo scorso luglio il numero uno dell’Eurotower non si è sbilanciato sulla possibile riduzione del “quantitative easing” anche se il programma di acquisto di titoli pubblici continuerà almeno fino alla fine di quest’anno al ritmo del controvalore di 60 miliardi di euro al mese. E il mandato di Draghi? Non rinnovabile, scadrà nel 2019, ma la Germania ha già ipotecato la poltrona più alta dell’Eurotower.

Andrea Giacobino, Avvenire.it

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