La corsa tra gli intellò a invocare il blocco navale

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di Riccardo Ruggeri

Oggi rubo al mio caro amico Cesare Lanza l’incipit della sua bella rubrica sulla Verità: «Scommettiamo che…», modificandolo in «Scommettiamo chi …». Anche questa estate per il nostro establishment, quello vero, quello colto, quello gravitante su Roma, quello che in estate è stanziale a Capalbio (la nostra Park Avenue marina, senza Tom Wolfe) il tema dominante sarà, piaccia 0 non piaccia: il migrante. E come rapportarsi ad esso, rimanendo radicai chic e pure di sinistra. Sarà sempre più difficile. L’estate 2016 fu un disastro per Capalbio, l’arrivo di 50 migranti sconvolse uno storytelling meraviglioso, durato settant’anni e portato a esempio di come ci si deve rapportare con i poveri, purché rimangano a distanza di sicurezza.
L’arrivo di migranti veri (i vù cumprà erano già stati integrati, come le tate romene trasformate in robot giapponesi) sconvolse la loro vita. Il loro linguaggio declinò, le frasi persero di rotondità, i libri Adelphi furono abbandonati sul bagnasciuga, le «consecutio temporum» abbattute come birilli. Tre le sintesi di quell’estate: a) «Siamo caduti nel tranello con tutte e due le scarpe» (Claudio Martelli); b) «Li aspetto con serenità, purché il numero sia supportable» (Alberto Asor Rosa); e) «Purché non vengano a bighellonare» (Chicco Testa). A loro insaputa, gli intellò capalbiesi stavano riscrivendo la storia, senza immaginare quale sarebbe stato il finale. Autunno, inverno, primavera passarono, camparono con le frasi tipiche di certa sinistra, declinando il mitico «ditelo che volete farli annegare», le famiglie (nonni, genitori, figli piccoli) che fuggivano dalla guerra erano praticamente scomparse (a loro ci pensava Sant’Egidio che le selezionava in Libano e in Turchia, le portava in Italia con aerei di linea, qua trovavano famiglie cattoliche disposte a farsene carico: casa-lavoroscuola, unico modo conosciuto per fare integrazione vera). Ogni giorno, invece, via scafisti-Ong-Forex-Guardia costiera, arrivavano migliaia di giovani, sani, belli, prestanti. I più intelligenti di lor signori, un’infima minoranza, cominciavano a rendersi conto che il modello al quale si erano
aggrappati faceva acqua da tutte le parti, era insostenibile, specie in un anno elettorale.
La strategia corretta, quindi la locuzione adatta, era «aiutiamoli a casa loro», purtroppo l’aveva fatta sua Matteo Salvini, «bruciandola» per sempre. Provarono a tradurla in capalbiese «si lavori affinchè trovino ausilio e futuro nelle loro dimore», ma era incomprensibile ai più. Al contempo la teoria dell’esodo biblico, inarrestabile, saltava per aria, tutta una cultura dell’accoglienza, e relativi sottoprodotti, si sbriciolava. I capalbiesi più evoluti della massa radicai chic si chiesero, rabbrividendo: «Saremo mica a fine corsa?». Scommettiamo chi sarà il primo (politico, religioso, intellò, artista) a dire «blocco navale», ovviamente tradotto in capalbiese, per non rassomigliare al losco Salvini?

di Riccardo Ruggeri, La Verità

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