C’erano una volta: Giulio Andreotti / Era amico dei cardinali ma fissò le misure del bikini e perse milioni ai cavalli

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di Cesare Lanza

Devotissimo cattolico, aveva una grande passione per il gioco. Amava le scommesse e il poker. Difese «Persiane chiuse» sulle case di tolleranza, facendo infuriare Scelba.

Dico subito lì che non entrerò minimamente nel merito delle accuse che investirono Giulio Andreotti per i presunti rapporti con la mafia e per il coinvolgimento nell’assassinio del giornalista Mino Pecorelli. Un punto fermo è che Andreotti, giudiziariamente, ne è uscito indenne: in parte per prescrizione, in parte per insufficienza di prove, in parte con un’assoluzione piena. I processi durarono undici anni: 362 testimoni, 37 pentiti, un costo di 87 miliardi di lire. E chi sono io, per aggiungere qualcosa di nuovo? Non ho avuto mai, e tanto meno ho ora, né la volontà né la possibilità di entrare nel ginepraio delle migliaia di carte processuali.
Posso tuttavia esprimere la mia opinione: mi risulta non difficile, ma impossibile pensare che Andreotti, che comunque fu assolto, sia stato il mandante del delitto Pecorelli; o che possa essere associabile ad attività criminali e mafiose, al di là di frequentazioni, pressoché inevitabili, nelle campagne 0 iniziative elettorali in Sicilia (assoluzione, insufficienza di prove, prescrizione). E non sono il solo a pensare, ma anche insigni giuristi (escludendo i politici, di parte), che il «concorso esterno» nei rapporti con la mafia sia un’ipotesi di reato discutibile, incerto, inserito nel codice penale in tempi e in termini poco persuasivi. Di più: cancellare Andreotti che cominciò giovanissimo la sua carriera politica e morì a 94 anni, ancora attivo – dalla storia italiana e definirlo un demonio, considerarlo autore costante di orribili intrighi e delitti, significa automaticamente considerare ciechi, sordi e idioti, milioni e milioni di italiani che – per 60 anni! – diedero fiducia a lui e alla democrazia cristiana. La storia, mi auguro, farà giustizia. Quanto a me, non sono mai stato democristiano né posso essere definito andreottiano, salvo che per simpatia e stima, sentimenti che non rinnego. «Tranne che per le guerre puniche, mi hanno accusato di qualsiasi cosa», disse Giulio una volta, con lo stile lieve e sornione che lo distingueva. L’ironia di molte sue battute detestate da Giorgio Bocca e da molti scrittori e giornalisti – mi piaceva. Alcune frasi sono memorabili (intramontabili?) e contribuiscono a consolidare l’indecifrabilità del personaggio, complesso come pochi altri. La più celebre – «il potere logora chi non ce l’ha» – è un capolavoro di cinismo, uno sberleffo inaspettato e anticonvenzionale, a chi potente non è, dall’interno di un Palazzo in cui è stato quotidianamente protagonista, nella seconda metà del Novecento. Vi dirò di lui ciò che mi è piaciuto e dispiaciuto, oltre a qualche ricordo, avendolo conosciuto – bene – di persona. Ho ammirato la sua capacità di pazienza e di applicazione sul pezzo, come si dice oggi, sempre e in qualsiasi circostanza. E pensare che a scuola, per sua stessa ammissione, era tutt’altro che uno sgobbone («Facevo il minimo indispensabile per non essere bocciato, ma c’erano materie che proprio non mi entravano in testa»). Ad esempio, il confronto con Bettino Craxi, a cui fui molto, molto più vicino, e affezionato, è eloquente. Antonio Ghirelìi, il portavoce craxiano, mi disse che, quando Bettino fece il suo primo viaggio all’estero da premier, lui aveva disciplinatamente messo insieme dossier e carteggi per prepararlo agli incontri. In aereo Craxi non degnò di un’occhiata il malloppo, si tolse le scarpe e sprofondò in un sonno ristoratore. Andreotti invece si immergeva nella lettura attenta dei suoi mitici faldoni. Metodi di lavoro opposti, diversità caratteriali impressionanti. Bettino andava d’istinto, sinteticamente, al cuore delle questioni. Una concreta visione laica? Giulio si documentava fin nei minimi particolari. Una fiduciosa visione religiosa, se è vero che nei particolari si vede la mano di Dio? Esuberante e spavaldo Craxi, discreto e scaltro Andreotti. Quando andarono insieme in Cina in viaggio ufficiale, come capo del governo e ministro degli esteri, Bettino invitò a seguirlo non ricordo quante decine di ammiratori e collaboratori, Giulio era solo con la moglie Livia Danese, che non a caso aveva scelto un cappottino logoro in evidente contrasto con la sfavillante comitiva craxiana: «Sono qui con Craxi e tutti i suoi cari», sussurrò perfidamente davanti alle telecamere. E quando i due, alla fine della loro parabola politica, si trovarono obbligati a misurarsi con la magistratura, fu ancor più evidente la differenza del loro temperamento. Craxi, sdegnato e offeso, se ne andò in esilio, in Tunisia. Andreotti partecipò a centinaia di udienze in tribunale, studiando le carte e ingegnandosi a replicare colpo su colpo, a fianco dei suoi avvocati. Ho avuto con Andreotti relazioni epistolari sporadiche: spesso per l’uscita dei suoi libri, che recensivo, e dei miei, che gli inviavo rispettosamente. E così scoprii la sua stupefacente abitudine di scrivere e rispondere, a mano.
Anche se era noto che gli bastassero quattro 0 cinque ore di sonno per notte, dove trovava il tempo? Gli incontri più significativi furono due. E tutte e due le volte ammirai quella capacità di stare «sul pezzo». Negli anni Settanta, a Milano, venne al Corriere d’informazione, che dirigevo, per rispondere al telefono ai nostri lettori, senza filtri. Mi colpì non solo la disponibilità, ma la misura – concisa – delle risposte.
Indifferentemente di fronte ai toni e ai contenuti delle telefonate: compiacenti 0 impertinenti, educate o sgarbate che fossero. Andreotti rispondeva con poche parole, una battuta o una riflessione ben mirata. La seconda volta, pochi anni fa, a Roma. Avevo fondato un’accademia aperta ai giovani che volevano prepararsi per un lavoro in televisione o in teatro, nel cinema o in giornalismo, in uffici stampa. E decisi di invitare Andreotti, per un’intervista pubblica con loro. Giulio, senatore a vita e fuori dall’odissea giudiziaria, accettò senza chiedere la pur minima garanzia. Per età e formazione, i giovani erano quasi tutti critici, intrigati e in gran parte influenzati dall’ostilità che il mondo politico e i mass media avevano dedicato al personaggio. In poche parole, c’erano curiosità e diffidenza. Da parte mia mi limitai a raccomandare che le domande fossero libere, ma le espressioni non uscissero mai dai confini della buona educazione. I ragazzi furono via via sempre meno impertinenti. Andreotti, ineccepibile nella forma e nella sostanza, rispondeva a ogni domanda come se fosse a una conferenza stampa internazionale, di più: a un vertice politico. Sedotti e affascinati, i ragazzi applaudivano spesso e il ricordo del film II divo Giulio, che aveva esaltato molti di loro, via via si allontanava. Credo che sia quasi superfluo ricordare il chilometrico curriculum politico di Andreotti (1919-2013). Ma è indispensabile, verso i lettori più giovani. Fu il cocco di un padre della patria, Alcide De Gasperi, che ne intuì le qualità. Deputato dal 1948 fino al 1991, quando Francesco Cossiga lo nominò senatore a vita. Ministro dal 1954: Interni, finanze, tesoro, difesa, industria e commercio. Poi capo del governo nel 1972, poi ancora ministro della difesa, del bilancio, poi ancora capo del governo, infine ininterrottamente ministro degli esteri con Craxi, Amintore Fanfani, Giovanni Goria e Ciriaco De Mita. Tra gli episodi salienti: la firma della legge 194, che introdusse l’aborto («II giorno più nero della mia vita, che Dio mi perdoni»). La presidenza del governo, dopo l’uccisione di Aldo Moro, da parte delle Brigate rosse (9 maggio 1978). E la firma del trattato di Maastricht, 7 febbraio 1992, che impegnò l’Italia all’ingresso in Europa. Infine, nel 1993, con l’avviso di garanzia di Giancarlo Caselli, dalla Procura di Palermo, l’inizio della via crucis giudiziaria. Più della gigantesca carriera politica sono importanti alcuni aspetti umani. Infanzia difficile: un fratello muore di meningite, il papa si spegne giovanissimo. «Avevo l’incubo di morire a 33 anni, come mio padre e mio nonno». Liceale al Tasso insieme con i figli di Benito Mussolini, Bruno e Vittorio.
«Grande libertà: a loro era concesso tutto, quindi anche a noi». Riformato, gobbetto e macilento com’era, al servizio militare. Devotissimo cattolico, osservante, e di casa – ma non servile – in Vaticano, apprezzato dai vari papi (in particolare Roncalli e Montini, amico intimo di molti cardinali. Una battuta sgraziata sul capolavoro di Vittorio De Sica, Umberto D. : «I panni sporchi si lavano in casa». Però sostenne e difese Ladri di biciclette e perfino Persiane chiuse sulle case di tolleranza, facendo infuriare Mario Scelba. Due curiosità: vietò l’ingaggio dei calciatori stranieri (salvo gli oriundi), dopo la disastrosa sconfitta (0-3) della nostra Nazionale con l’Ungheria, nel giorno di inaugurazione dello stadio Olimpico, da lui fortissimamente voluto, nel 1953. E fu lui a fissare le misure del bikini! Incredibile Giulio: dichiarò il suo amore alla futura moglie Livia Danese, durante una passeggiata al cimitero. Poi, più volte, disse che se ne sentiva succube: «Comanda lei, giustamente perché è perfetta, come moglie e come madre». Ha donato il suo leggendario archivio – 3500 faldoni – all’Istituto Sturzo: quelli di Scelba sono 350,300 di Giovanni Gronchi, 1400 quelli del fondatore, Luigi Sturzo. C’è chi ha osservato con malizia: «L’archivio di Andreotti era molto più voluminoso, i 3.500 faldoni sono solo quelli leggibili da tutti». Aggiungo, da giocatore, che Andreotti mi piace anche perché le carte – e le corse dei cavalli – lo appassionavano. Tressette, gin rummy, burraco (in casa di Sandra Carraro, sua celebre estimatrice), anche qualche pokerino. Gli dicevo che scommettere sulle corse dei cavalli è un suicidio. E lui: «Però non si gioca solo per vincere, anche per divertirsi». E una volta «si infognò», giocando al raddoppio, col suo fidato addetto stampa Pio Mastrobuoni (arrivò a perdere milioni, ma Pio glieli condonò). Ed era anche – come me – un buongustaio: adorava il foie gras, ostriche e crostacei. Cosi, le sue proverbiali e incurabili emicranie si acutizzavano. Scelgo, per definirne la personalità, un paio – tra le tante – di battute caustiche. Sulla sua lapide: «Vorrei solo la data di nascita e quella di morte. Nessun elogio. I defunti, nei necrologi, sono tutti buoni. E dove sono i cimiteri dei cattivi»? L’ultima battuta è formidabile, illustra il suo straordinario pragmatismo – cinismo. Indro Montanelli scrisse che Giulio andava a messa con Alcide De Gasperi. E che De Gasperi parlava con Dio, Andreotti con i preti. La replica: «Però a me i preti rispondevano…».

Cesare Lanza, La Verità

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