L’opinione pubblica ha il diritto di sapere come sono le cose e non essere bidonata

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Pierluigi Magnaschi, ItaliaOggi

La macchina informativa (e deformativa) americana è così forte (e viene percepita così forte da quasi tutti i corrispondenti italiani) da modificare, quando vuole, la percezione dei fatti così come essi stanno. E da danneggiare quindi, seriamente, l’opinione pubblica, privandola del fondamentale diritto di essere informata correttamente, almeno da parte dei grandi media di informazione indipendenti, cioè da quelli non ufficialmente intruppati al servizio di un partito o di un’area politica.
Prendiamo un fatto di cui i media (e non solo i giornali)hanno ampiamente trattato ieri. Il licenziamento di Sally Yates dal ruolo di viceministro della Giustizia americana. La Yates svolgeva questo ruolo su nomina specifica dell’amministrazione Obama. Essa quindi era a fine mandato: sarebbe infatti stata in carica ancora per tre giorni e, ciononostante, aveva ufficialmente dichiarato di non poter difendere nei tribunali Usa il bando presidenziale appena firmato da Trump sugli immigrati dai sette paesi musulmani a rischio di terrorismo, che tra l’altro erano già stati identificati come pericolosi dal suo predecessore Barack Obama.
Di fronte alla pubblica dissociazione di questo viceministro ad interim (che vuol dire che stava scaldando la sedia in attesa di essere sostituita), John De Stefano, un assistente di Trump (non Trump in persona) con una lettera manoscritta (come si vede, siamo alle sberle) ha sollevato la Yates dall’incarico. In pratica, visto che la Yates doveva lasciare l’ufficio fra tre giorni, l’ha aiutata a lasciarlo subito, senza tanti complimenti. Una facente funzioni, espressione dell’amministrazione che è stata battuta nelle elezioni presidenziali e in attesa di fare le consegne al nominato dalla presidenza che è subentrata, se avesse avuto stile, avrebbe dovuto evitare di fare politica contro l’amministrazione che aveva vinto. E invece la Yates ha approfittato del brandello di potere formale che ancora conservava per attaccare la legittima amministrazione, non subentrante, ma che era già subentrata, con una caduta di stile che solo coloro che si ritengono depositari esclusivi dello stile stesso
possono permettersi di esibire.
Questo il fatto. Come è stato presentato, questo fatto, dalla stampa italiana? Il Fatto quotidiano ne ha riferito in prima pagina con questo titolo: «Trump come in un reality: via la ministra traditrice». Da questo titolo, se l’italiano ha ancora un valore, il lettore desume che Trump, a pochi giorni dal suo insediamento, si è già pentito di aver nominato il suo ministro della Giustizia e quindi lo ha liquidato in malo modo. Il che non è assolutamente vero perché si è ancora in attesa della nomina del nuovo segretario della Giustizia e la rimossa non è una ministra ma quello che in Italia chiameremmo una sottosegretaria. Anche Repubblica ripete lo stesso errore, che non è da poco. Il suo titolo a tutta pagina (ma non in prima pagina, bisogna pur dirlo) afferma: «Il pugno di Trump, via la ministra ribelle». Per rimuovere la Yates invece non c’è stato bisogno di nessun pugno di Trump (è bastata, come dicevo, la lettera scritta a mano da un suo collaboratore) perché la sottosegretaria era già in bilico come un dente da latte che sta per cadere e inoltre non rappresentava assolutamente l’amministrazione Trump ma quella di Obama che, sia pure facendo dispetti fino all’ultimo al presidente a lui subentrante, era stato addirittura più veloce della Yates a lasciare il posto. La sottosegretaria quindi era solo un residuo della precedente amministrazione che, probabilmente, era stata lasciata alla sua scrivania perché nessuno era interessato all’attività formale che stava svolgendo (in sostanza, scaldava la poltrona in attesa di sapere che l’avrebbe legittimamente sostituita) e che è emersa in superficie solo quando ha commesso lo sgarbo pleonastico che, deontologicamente, non avrebbe dovuto permettersi.
Per descrivere quanto è avvenuto (cioè il nulla) Federico Rampini, che di solito è molto più avveduto, parla di «Grande Purga» (con le due maiuscole, addirittura) usando la terminologia che si adottava per i periodici e sanguinosi repulisti che faceva Stalin nell’Urss di un tempo.
Anche il Corriere della Sera titola a tutta pagina: «Licenziata da Trump la ministra ribelle». Pure in questo caso valgono le medesime considerazioni che sono state fatte poc’anzi per la Repubblica. Onore al merito dell’oggettività invece al direttore de la Stampa di Torino, Maurizio Molinari, che, da straordinario conoscitore della politica internazionale, ha subito fiutato la trappola della bufala politically correct e l’ha disinnescata, non concedendole la prima pagina (la notizia non ne aveva la dignità) e minimizzandola e riferendone correttamente in una pagina interna del suo giornale.
Per chiudere con la persistente disinformazione planetaria, basterà ricordare che molti media hanno detto che Trump, nel suo delirio protezionista, ha cancellato l’accordo di libero scambio fra gli Usa e i paesi dell’Oceano pacifico sottoscritto a suo tempo da Obama. È un’altra bufala. Questo contratto infatti si era arenato già durante l’amministrazione Obama perché non aveva trovato una maggioranza nel Congresso Usa disposta ad approvarlo. L’altro trattato dello stesso tipo (quello interatlantico fra gli Usa e l’Europa) era già stato bocciato ma, questa volta, da parte degli europei.

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