Torino. Per questioni procedurali, gli arresti di cinque sospetti jihadisti non sono eseguibili

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La Procura ha ottenuto cinque ordinanze di custodia cautelare per altrettanti tunisini. Ma le misure non possono essere eseguite. Tre di loro si trovano agli arresti domiciliari per droga. Gli altri due invece sono liberi, uno dei quali è già stato espulso nel 2016

Cinque misure di custodia cautelare in carcere per altrettanti tunisini accusati di terrorismo internazionale. Le ha ottenute la Procura di Torino, ma gli arresti non possono essere eseguiti per questioni di procedura. A maggio il gip aveva infatti respinto la richiesta del pm, adesso il Riesame ha dato ragione alla Procura. Ma non è possibile eseguire la cattura, perché la legge consente agli indagati di presentare ricorso in Cassazione entro dieci giorni dal deposito dell’ordinanza. E se la Cassazione dovesse accogliere il ricorso, i tempi si allungherebbero ulteriormente. Risultato: sono trascorsi 6 mesi da quando il pm Andrea Padalino chiese per la prima volta la cattura, ma ancora oggi nessuno dei cinque tunisini accusati di terrorismo si trova in carcere. Altri due nordafricani, monitorati nella fase iniziale delle indagini, sono nel frattempo deceduti in Siria combattendo come foreign fighters. Tutti i tunisini erano giunti a Torino nel 2014 e avevano ottenuto permessi di soggiorno per motivi di studio: avevano falsamente dichiarato di essere iscritti all’università e di aver superato anche alcuni esami. Poi si erano spostati a Pisa, dove avevano creato una centrale dello spaccio di droga. A condurre l’inchiesta coordinata dalla Procura sono stati i carabinieri del Ros.

Accertamenti su false dichiarazioni di studio

Gli accertamenti sono nati da controlli su false dichiarazioni di studio all’Università di Torino presentate da stranieri per ottenere permessi di soggiorno. I militari, guidati dal colonnello Angelo Lo Russo e dal tenente colonnello Massimo Corradetti, hanno individuato i sospettati e hanno scoperto che nel frattempo si erano stabiliti a Pisa per dedicarsi allo spaccio di stupefacenti.

Giovanni Falconieri, Corriere della Sera