Vent’anni senza Giorgio. La lezione di Strehler, sempre

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Vent’anni fa perdevamo Giorgio Strehler. Lo perdeva il teatro. E lo perdeva la società civile. Finora pochi, troppo pochi, i momenti dedicati a ricordarlo e onorarlo. A rileggere oggi in ordine sparso alcuni suoi scritti si avverte tutta intera la forza morale dell’uomo e del teatrante. E quel suo unico e mai esaurito confronto personale con l’arte. Della quale studiava il continuo divenire, trovandone la peculiare specialissima concretezza nel lavoro del teatro. Era lì che affidarsi ai testi permetteva di sentirsi vivi e salvarsi dalla condanna all’apatia, costruendo «un nostro clima d’arte». Dopo una rappresentazione, sosteneva, rimane solo «il sentimento del teatro» perché «tutta una memoria è il teatro».
Benedetto teatro. Quella «missione imperfetta» che obbliga il teatrante ad azzardare un processo giocoforza rischioso, un impegno di «condensazione e comparazione». Che nella concezione strehleriana conduceva a un doppio passaggio: le arti come «sintesi di umanità» e il teatro quale «sintesi di sintesi». Uno sforzo di esegesi che richiedeva una duplice adesione a una «prospettiva d’arte» e all’ «umana sensibilità».
Ma un interrogativo molto diretto sintetizzava meglio di ogni altra cosa il sentimento di Strehler: «Chiediamoci […] se il teatro potrà sopportare le nostre future fatiche, il nostro estremo amore». Una autentica storia d’amore. Diversa da ogni altra. Di dedizione estrema al teatro, a quella forma d’arte tanto vicina alla vita vera degli uomini da essere capace di cogliere ed esprimere appieno i loro stati d’animo. Alla sola condizione di costituire una «stretta comunione tra ribalta e platea» in una ricerca «anti-illusionistica, anti-particolare, anti-oleografica». Un grande e meraviglioso piano che coincideva con la netta, salda volontà di sfuggire alla «compromessa miserabilità del sentire quotidiano di tanta parte del nostro convivere troppo poco civile, di troppi che ci circondano, in una scena di cui noi facciamo parte e in cui noi, talvolta, finiamo per rappresentare un ruolo che non dovrebbe essere il nostro».
In tal modo il teatro si faceva disvelamento di un «sistema sociale concepito con esclusioni reciproche e reciproche sottomissioni» e allo stesso tempo «altissima festa collettiva, libera, cosciente della sua funzione artistica e sociale».
In questa ottica il lavoro registico si dimostrava nella sua essenzialità «un sostenere l’elemento teatrale […] attraverso una continua tensione» perché lo spettacolo diventi «servizio d’arte». Strehler precisava: «conta anche molto il semplice volere che riesca. Così, la regia è in definitiva, un gesto morale». E «tutto è vario, variabile, misterioso come il cammino dei sentimenti nel cuore dell’uomo». Un avvertimento: «Non crediate al cinismo della meccanicizzazione, nel teatro». Una ammonizione: il teatro «è sempre e soltanto un profondo atto d’amore, un atto completamente umano. Richiede sempre una illimitata sottomissione ai battiti del proprio cuore […] Non è facile riconoscersi in quest’azione così violenta e travolgente».
Ma tutto questo era lontano dal pretendere d’essere una spiegazione definitiva. La visione di Strehler sempre così precisa, chirurgica quanto generosa, cerebrale quanto emozionale, spontanea quanto frutto di onesta e gravosa applicazione, lasciava spazio come d’improvviso anche a una commovente, disarmante presa d’atto: «Il lavoro del teatro è fatto da ognuno di noi, senza specchi che riflettano la nostra immagine. Ecco perché non so come dirigo. Si può forse sapere come si respira, come si esiste?»

La Stampa