Maffi su datazioni Scalfariane

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Cesare Maffi su “Italia Oggi” svela gli errori di Scalfari

La più recente predica domenicale di Eugenio Scalfari è una poderosa sintesi a un tempo storica, filosofica e teologica di oltre due millenni di vicende umane e divine. Al pari di Dante, si direbbe che vi hanno “posto mano e cielo e terra”. Peccato che nella titanica ricostruzione si legga qualche errore, specie cronologico: ma tant’è, a chi è in grado di cogliere i nessi del pensiero mondiale meglio di Hegel non si può chiedere di occuparsi di minuzie.
Al centro dell’articolessa pasquale sta papa Bergoglio, al quale vanno grandi pregi, come “l’aver dato al nostro giornale una lunga intervista sul suo incontro con i carcerati”, l’aver ricevuto Carlo De Benedetti e Mario Calabresi (in cambio i due “gli hanno offerto un’opera d’arte di raro pregio in segno di attenzione”, si spera senza il cartellino del prezzo) e, soprattutto, l’onorare il Fondatore “da tre anni in qua della sua amicizia”. Posteriormente a tali meriti, Scalfari riconosce al pontefice un unicum: “Ha addirittura creato una nuova definizione del Dio unico che è la ‘novella’ di sua Santità: lo chiama Dio Amore”. Un atto che potremmo definire rivoluzionario, posto che, secondo il Nostro, “non s’era mai sentita questa definizione”, essendosi preferite quelle che ne indicavano la potenza, come “Onnisciente, Onnipotente, Onnipresente, Eterno”.
Presumendo che Scalfari abbia a portata un Nuovo Testamento, gli suggeriamo una rapida scorsa alla Prima lettera di Giovanni, capitolo 4, ove al versetto 7 si legge che “l’amore è da Dio” e al versetto 8 si precisa che “Dio è l’amore”. Si suppone che il papa avesse conoscenza del testo giovanneo prima di “creare” la nuova definizione di Dio. Uno scarto di quasi due millenni, dunque, separa la presunta “novella di sua Santità” dall’originale contenuto nell’epistola di san Giovanni.
C’è un altro intoppo cronologico nello scritto scalfariano. Il Fondatore suggerisce al pontefice di beatificare atei, laici e indifferenti, citando Spinoza o “Pascal che seguì lo Spinoza”. Quando Blaise Pascal morì (1662), di Baruch Spinoza erano note soltanto poche pagine, in lingua olandese, e dunque di fatto ignote. Il pensatore francese, dunque, non poteva né essere discepolo né dirsi seguace e nemmeno conoscere il filosofo ebreo di Amsterdam. Vabbè, che volete mai che importi quanto entrambi saranno entrambi santi o almeno beati, promossi da Bergoglio?

Cesare Maffi, Italia Oggi