Amazon alla guerra dei falsi: un registro dei loghi e denunce degli acquirenti

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Il vicepresidente Peter Faircy lancia una nuova strategia contro i prodotti taroccati: gli utenti potranno segnalare gli annunci e un potente database confronterà loghi e altri materiali prodotti da copyright con i contenuti degli annunci su Marketplace

DI NUMERI inquietanti, nel corso degli anni, ne sono usciti parecchi. Lo scorso autunno, per esempio, Apple fece rimuovere un gran numero di accessori falsi che venivano venduti per veri. Dopo un’indagine, Cupertino sostenne che il 90% dei gadget piazzati online non siano originali. Una gran parte passava appunto da Amazon. Sempre alla fine dell’autunno l’associazione dei discografici statunitensi ha condotto una ricerca scoprendo che il 22% dei cd acquistati sulla piattaforma di Jeff Bezos erano contraffatti. Sono rischi che, nella maggior parte dei casi, si verificano con la formula Marketplace, cioè con i prodotti venduti da altri inserzionisti che di Amazon fanno la loro vetrina e al gigante lasciano una commissione oltre a una quota mensile. Ma è capitato anche con prodotti venduti e spediti dai magazzini del negozio del mondo. Ora, però, la storia deve finire. Il gruppo ha appena lanciato una serie di strumenti per combattere il falso. Quasi a configurare un’autentica strategia a 360 gradi.
Già a dicembre Bloomberg aveva anticipato la creazione di alcune squadre dedicate a collaborare con i principali marchi presenti sulla piattaforma. Il problema era che non si capiva esattamente in che modo. Ieri, alla conferenza Shoptalk in corso a Las Vegas, il colosso ha svelato le sue carte per bonificare la piattaforma dai prodotti taroccati. La principale sarà una sorta di enorme database nel quale verranno memorizzati tutti i loghi dei brand che vendono su Amazon e altri materiali protetti dal copyright per poter procedere a un rapido e – si spera – implacabile incrocio con gli annunci: Amazon potrà così confrontare gli annunci con quanto le aziende avranno depositato facendo fuori le vendite sospette o palesemente false. Inoltre ogni venditore dovrebbe essere obbligato a presentare una licenza del marchio originale per poter vendere certi oggetti.
Non basta. Esordirà a breve anche un nuovo sistema che, un po’ come per le bufale su Facebook, consentirà a chiunque di segnalare un qualsiasi annuncio che si crede stia spacciando prodotti fasulli. D’altronde la piaga è profonda e gli ingredienti per difendersi da soli, anche se spesso danno una mano, non sempre bastano. Vale per esempio la pena acquistare solo da venditori con un elevato numero di feedback positivi (le stellette e i giudizi) e con molti articoli in vendita, o che magari propongano la consegna con la formula Prime. Ancora, occorre tenere a mente il luogo di spedizione. Se il venditore si trova in Cina o a Hong Kong potremmo dover affrontare spese doganali e tasse che, nel caso di una restituzione, andrebbero perse. E la pratica del reso intercontinentale diventa quasi sempre un calvario.
Lo scorso anno i venditori che utilizzano il programma Marketplace hanno spedito più o meno lo stesso numero di prodotti della medesima Amazon: ecco perché il colosso si trova fra due fuochi. Non può alzare troppo l’asticella – anche se ora ha deciso di farlo – per non perdere traffico e acquisti. D’altronde deve una risposta chiara ai brand, specie i più potenti come la Mela. Negli Stati Uniti, da cui partiranno le novità, è inoltre già attivo il sistema Transparency: consente ai venditori legittimi di applicare un QR code sulla confezione che il cliente può consultare per ottenere le informazioni su quello specifico acquisto. Compresa, ovviamente, l’autenticità. Fa parte della suite di strumenti digitali, raccolta sotto l’etichetta Brand Central, in costante aggiornamento.
Peter Faircy, vicepresidente di Amazon Marketplace, ha dunque svelato la nuova strategia – che va ad aggiungersi all’aumento delle commissioni deciso lo scorso anno per i prodotti di alcuni importanti aziende venduti non direttamente da Amazon – per evitare che si ripetano scandali come quelli di Apple o dei sandali Birkenstock, quando l’azienda tedesca ha deciso di ritirare ogni prodotto dalla piattaforma. Ma la strada è lunga e dura e le cause legali non sembrano bastare: “Non credo si tratti di quel genere di cose per le quali si conosca con precisione la conclusione – ha spiegato il top manager di Seattle – è un viaggio”.

La Repubblica