Gli Stati Uniti e la guerra cybernetica

Share

Il Punto di Mauro Masi*

Come è noto uno dei temi che hanno agitato la campagna elettorale per l’elezione del presidente degli Stati Uniti è stata la diffusione di alcuni rapporti di intelligence per i quali la Russia avrebbe violato i computer del Partito Democratico e orchestrato una propria «campagna nella campagna» per favorire Trump.
La questione è tutt’ora vivissima a livello politico e mediatico e in molti parlano apertamente di guerra cybernetica. Qui c’è il punto che interessa a questa rubrica: considerando come funziona oggi la rete, quando una campagna digitale aggressiva e, come in questo caso, di successo, arriva a costituire un vero e proprio atto di guerra? Questo quesito lo ha sollevato qualche giorno fa il mitico senatore John Mc Cain (che la guerra tradizionale la conosce bene essendo stato un eroe di quella del Vietnam) nel corso dell’audizione del Comitato senatoriale Usa per le forze armate al direttore uscente del National Intelligence (il coordinatore delle agenzie federali di investigazione) James Clapper. Clapper non ha saputo o voluto rispondere. La risposta è, in effetti, oggettivamente difficile e forse neppure ne esiste una valida in assoluto in tutte le situazioni, quello che è invece facile è la previsione che il tema si riproporrà nei fatti e molto presto.
* * *
In questa rubrica ci siamo più volte occupati delle problematiche connesse, nel nostro paese, all’assicurazione dei danni catastrofali. Abbiamo segnalato come da più parti si sia contrari alla scelta dell’assicurazione obbligatoria perché finirebbe per essere considerata una ulteriore e non opportuna tassa sulla casa. Abbiamo altresì analizzato le proposte per adottare un sistema misto in cui lo stato coprirebbe una parte del danno mentre la parte restante sarebbe sostenuta da polizze private obbligatorie e ciò sull’esempio di alcuni paesi europei e non. Alcuni lettori ci chiedono di tornare di nuovo sul confronto internazionale e meglio conoscere qual è lo stato dell’arte nei principali paesi che si sono occupati del fenomeno. Gli schemi adottati sono i più vari, si va dal sistema obbligatorio applicato in Romania e in Turchia, a quello semi obbligatorio usato in Francia, Spagna, Belgio, California e Nuova Zelanda, a quello volontario (con incentivi) scelto dal Giappone. Il modello che economisti e addetti ai lavori considerano «esemplare» è quello francese che vede la partnership di assicurazioni private con la Caisse centrale de réassurance (Ccr) società a capitale pubblico che opera sul mercato come riassicuratore (anche in rami diversi da quelli catastrofali). Il regime è appunto semi obbligatorio e prevede per legge la copertura del rischio da catastrofi quando si sottoscrive una polizza per danni con qualsiasi compagnia privata. Si paga una quota fissa pari al 12% della polizza per danni e la polizza copre l’immobile contro rischi da alluvioni, terremoti, eruzioni vulcaniche, tsunami e anche da «spostamenti di ghiacciai». Il sistema, grazie alla possibilità delle imprese di riassicurarsi con Ccr, ha una capacità praticamente illimitata e i risultati si vedono, tant’è che il 90% degli immobili francesi è assicurato.

ItaliaOggi