L’incognita della durata sul governo Gentilrenzi

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Matteo scommette sul voto a maggio. Ma pesa il “partito 2018” dei non renziani nell’esecutivo

«Qui a Roma siete abituati… Avete due Papi, di certo non sarà un problema avere due presidenti del Consiglio». La battuta la butta lì un renziano della prima ora che ieri si muoveva con una certa frenesia tra Montecitorio e Palazzo Chigi.
Una boutade, certo. Ma che dà il senso di quello che sta accadendo in queste ore, con Paolo Gentiloni che ha accettato l’incarico con riserva e che sta cercando di dipanare la difficile matassa della prossima squadra di governo. Due le scuole di pensiero. La prima, di stretta osservanza renziana, vorrebbe una sorta di esecutivo fotocopia di quello uscente, con meno spostamenti possibili e soluzioni per così dire «tampone» per le caselle che si vengono a liberare. Per capirci, agli Esteri al posto di Gentiloni andrebbe benissimo l’attuale segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni. Una soluzione evidentemente low profile. In tanti, però, non la vedono come Matteo Renzi. Nel Pd e anche tra gli alleati, da Ncd all’Ala di Denis Verdini, tutti aspirano infatti a poltrone di prestigio (Angelino Alfano, per dire, starebbe brigando proprio per gli Esteri). Ecco perché c’è chi auspica un governo «rinnovato», con ministri politici e di peso. Il che renderebbe l’esecutivo più stabile e con una prospettiva di durata decisamente più lunga di quella che oggi immagina Renzi, pronto ad andare alle urne al più tardi a giugno. Il braccio di ferro sulla squadra di governo, insomma, nasconde la vera partita dei prossimi mesi: quella della durata dell’esecutivo.
Comunque vada, però, non c’è dubbio che quello di Gentiloni sarà un governo strettamente legato al premier uscente. Non è un caso che sui social sia già stato ribattezzato Gentilrenzi o, questione di gusti, Renziloni. C’è pure chi si è avventurato in un più cinematografico esecutivo Face off, ma il senso non cambia. Il governo che dovrebbe giurare tra stasera e domani è percepito come una sorta di fotocopia di quello uscito sonoramente bocciato dalla consultazione referendaria.
La partita vera, però, è quella della durata. Perché un po’ come lo yogurt, quello di Gentiloni è senza dubbio un esecutivo a scadenza. Il punto è capire se sarà a breve termine oppure «a lunga conservazione». Renzi punta tutto sul primo scenario, immagina il congresso del Pd già a fine febbraio (tanto che per accelerare minaccia di dimettersi da segretario nelle prossime ore) e vede le elezioni a maggio, prima del G7 di Taormina (in programma il 26 e 27 del mese) al quale l’Italia dovrebbe presentarsi con un nuovo governo. Un timing tecnicamente possibile, ma sul quale nessuno che non ami l’azzardo scommetterebbe un euro. La politica, infatti, insegna che si sa quando un governo entra in carica ma è davvero difficile prevedere quando si esaurirà il suo mandato. Soprattutto nel panorama attuale, con il Quirinale che ha fatto chiaramente capire di privilegiare la stabilità interna rispetto alle elezioni anticipate, con la nuova legge elettorale da mettere a punto e i diversi protagonisti in campo su posizioni davvero distanti tra di loro. Senza contare l’inerzia dei parlamentari che vedono avvicinarsi il traguardo di fine legislatura (primavera del 2018) e, decisamente più a portata, la scadenza di metà settembre. Quando i circa 600 deputati e senatori al primo mandato acquisiranno finalmente il diritto alla pensione. È un attimo, insomma, che da inizio maggio le elezioni vengano prima rimandate a giugno e poi a dopo l’estate. Ma a quel punto, dirà qualcuno, perché non aspettare altri sei mesi così si arriva alla scadenza naturale della legislatura?

di Alberto Signore, Il Giornale

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