Eni, il fedelissimo di Renzi conferma tutto ai pm: “Il complotto contro Descalzi c’era”

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di Antonio Massari, Il Fatto Quotidiano

Il primo testimone dei fedelissimi renziani in procura: ambienti iraniani avrebbero preferito Vergine nel ruolo di amministratore delegato

image003C’è un primo riscontro alla tesi del complotto internazionale per far cadere l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi. E arriva da un personaggio di primo piano del Giglio magico: l’imprenditore Andrea Bacci, l’uomo che ristrutturò la villa del premier, grande amico e sostenitore di Matteo Renzi. Bacci ieri è stato sentito, come persona informata sui fatti, dalla Procura di Siracusa. L’indagine – come rivelato ieri da il Fatto Quotidiano – riguarda un fascicolo per corruzione internazionale. L’ipotesi dell’accusa, che nasce dalla testimonianza dell’indagato Massimo Gaboardi, è che un gruppo di persone si sia mosso affinché Descalzi venisse rimosso. Non solo. Dall’inchiesta emergono anche trame per danneggiare lo stesso Renzi, nel caso in cui avesse continuato a sostenere Descalzi, con lo scopo di convincerlo ad abbandonare l’attuale numero uno di Eni.

A capo di imprese da 70 milioni l’anno

Del progetto, secondo la pista investigativa, avrebbe beneficiato Umberto Vergine, che dal giugno del 2015 ricopre in Eni la carica di chief midstream gas & power officer: a lui sarebbe spettato, secondo i piani, il ruolo di nuovo amministratore delegato del colosso petrolifero italiano. Vergine non è indagato né esiste alcuna prova che fosse al corrente del presunto complotto. Ma è proprio di Vergine che Bacci, ieri, ha parlato ai pm. L’imprenditore – a capo di un gruppo che fattura circa 70 milioni di euro l’anno in settori che spaziano dalla moda all’immobiliare – ha raccontato di aver incontrato, nel 2015, durante il “forum del made in Italy”, un facoltoso uomo d’affari iraniano. Durante l’incontro, il businessman iraniano gli avrebbe parlato della possibilità di chiudere affari piuttosto consistenti ma, nello stesso tempo, si sarebbe presentato come un convinto sponsor di Vergine alla guida dell’Eni. In sostanza, Bacci ha confermato una delle “pressioni sul Giglio magico” che Gaboardi, negli interrogatori, ha raccontato ai pm. Pare che Bacci e Gaboardi, peraltro, non si conoscano, circostanza che rende più attendibile, dal punto investigativo, la testimonianza dell’uomo vicino a Renzi. Che però non ha definito come una vera e propria pressione l’intervento dell’imprenditore iraniano sul quale ha piuttosto nutrito parecchi dubbi, sia in quanto a capacità finanziarie, sia in quanto alla solidità dei progetti. In altre parole, non l’ha giudicato un personaggio attendibile.

Più che una pressione, comunque, Bacci ha interpretato le parole dell’iraniano come una raccomandazione – pro Vergine – rivolta a un intimo amico del premier. Quel che conta, a questo punto, è che la versione di Gaboardi, sulle “pressioni” nei confronti di Bacci, sono state riscontrate: l’indagato aveva parlato proprio di un incontro tra Bacci e un iraniano. Il che non basta ancora, però, a rendere interamente credibile la versione fornita alla Procura di Siracusa, guidata da Francesco Paolo Giordano e coadiuvato nell’indagine dal sostituto Gaincarlo Longo. Gli inquirenti intendono verificare ogni dettaglio fornito da Gaboardi.

La promessa di denaro e preziosi

Nulla può escludere, per esempio, che l’indagato sia semplicemente venuto a conoscenza di questo episodio e lo abbia poi inserito in un teorema ancora tutto da verificare. E per verificarlo la procura convocherà tutte le persone che, a detta di Gaboardi, sono a conoscenza sia del presunto complotto contro Descalzi, sia dell’eventuale trama contro Renzi. A partire dal sottosegretario Luca Lotti e Marco Carrai che, come nel caso di Bacci, avrebbero ricevuto pressioni per cambiare la guida di Eni. La lista dei testimoni è lunga. Gaboardi ha elencato decine di nomi a conoscenza del presunto complotto. Per il quale avrebbe ricevuto la promessa di denaro o pietre preziose da esponenti del governo nigeriano. Ed è proprio da qui che nasce l’accusa di concorso in corruzione internazionale. L’origine – e in fondo anche il rebus – di questa indagine è tutta racchiusa in un dossier recapitato in procura circa un anno fa. Un dossier dettagliato. Un documento che raccontava passaggio per passaggio come raggiungere l’obiettivo di far cadere Descalzi e spingere al suo posto Vergine. Gaboardi ha rivendicato la paternità del documento raccontando tutti i passaggi del presunto complotto. Se la pista investigativa fosse confermata, il complotto sarebbe stato doppio, visto che anche Renzi avrebbe dovuto subire un “attacco” pur di raggiungere l’obiettivo. Uno scenario da spy story che ovviamente va completamente verificato e sul quale, nonostante il primo riscontro giunto da Bacci, la procura sta procedendo con la massima cautela.

Gli scenari possibili

Se il complotto per prendere il controllo dell’Eni fosse autentico, e a maggior ragione se qualcuno avesse architettato di colpire Renzi, per raggiungere i propri scopi, saremmo dinanzi a uno scenario davvero grave. Altrettanto inquietante, però, sarebbe lo scenario inverso: una procura impegnata a indagare sulla base di un documento e di una tesi che, per ipotesi, si rivela poi strampalata e, nel frattempo, coinvolge sia il colosso petrolifero italiano – con tutte le conseguenze che comporta sul piano internazionale – sia il presidente del Consiglio. Alle dichiarazioni di Gaboardi, però, da ieri si può aggiungere il riscontro di un uomo del Giglio magico: è vero, come sostiene l’indagato, che un uomo d’affari iraniano si presentò da Bacci sponsorizzando Vergine e proponendosi per affari milionari. Nelle prossime settimane toccherà a Lotti e Carrai confermare le eventuali altre pressioni. E anche a molti altri testimoni.

 

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