La scure di Francoforte e quel precedente delle banche greche

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Il salvataggio non sarà indolore: degli 8,8 miliardi, 4,5 li metterà direttamente il Tesoro che dovrà anche compensare la trasformazione delle obbligazioni in mano ai piccoli risparmiatori per quasi 2 miliardi

Appena il tempo di passare la festa del Natale e di digerire lo scampato pericolo di un fallimento del Monte dei Paschi grazie all’intervento del Tesoro, ed ecco che la Bce fa subito capire all’Italia che il salvataggio di Stato di Mps sarà tutt’altro che indolore. Se attingendo a capitali del mercato sarebbero serviti 5 miliardi, adesso l’intervento diretto dello Stato ne richiederà molti di più: 8,8 miliardi di euro. È una sorpresa per Siena e anche per il Tesoro, anche se la strada per la Bce era tracciata nelle regole Ue sulla «ricapitalizzazione preventiva».
È dagli stress test che bisogna partire. A fine luglio, fecero emergere – in uno scenario teorico avverso – un ammanco di capitale per Mps, anche a causa dei tanti crediti deteriorati che ne affossano la redditività. Proprio per questo la banca allora guidata da Fabrizio Viola decise in maniera radicale di cedere tutti i 28 miliardi di crediti in sofferenza. L’operazione, ideata da JP Morgan, avrebbe ripulito il bilancio ma anche creato un buco da 5 miliardi da colmare con l’aumento di capitale privato che però è saltato.
Dunque si deve tornare agli stress test. Nello scenario «avverso» la principale misura del patrimonio – il CET1 – risultò addirittura negativo, a -2,44% a fine 2018, mentre nello scenario “base” si confermò al 12%. A Siena e al Tesoro stimavano fino a ieri di dover rientrare nella soglia minima della prova di stress, cioè il 4,5% del capitale. Invece Bce ha ordinato di risalire all’8%, dunque di recuperare 8,8 miliardi di euro. Perché questa differenza?
Il consiglio della banca presieduta da Alessandro Falciai e guidato da Marco Morelli ha comunicato ieri sera di avere «tempestivamente avviato» i contatti con le autorità «al fine di comprendere le metodologie sottese» al ragionamento della Vigilanza Unica guidata da Danièle Nouy. Dalle indiscrezioni sembra che Francoforte, nella sua discrezionalità, abbia fatto riferimento al precedente delle banche greche del 2015, alle quali richiese l’8% per lasciarle aperte. Il calcolo, molto complesso, parte dal principio che il capitale di una banca è formato sia da un patrimonio vero e proprio sia da un cuscinetto supplementare, di solito rappresentato dai bond subordinati, che però Mps ha bruciato. Quindi un aiuto di Stato dovrà intervenire sia sul primo sia sui secondi. Da qui la maggiore richiesta.
Degli 8,8 miliardi, 4,5 li metterà direttamente il Tesoro che dovrà anche compensare la trasformazione delle obbligazioni in mano ai piccoli risparmiatori per quasi 2 miliardi. Il resto deriverà dalla conversione in azioni dei bond in mano agli investitori istituzionali.

di Fabrizio Massaro, Il Corriere