Finisce un’era: la Svizzera archivia il segreto bancario

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Questa volta è davvero la fine. Da gennaio il segreto bancario svizzero sarà un ricordo. È la conseguenza dell’entrata in vigore della legge federale sullo scambio di informazioni con i 38 Paesi partner dell’intesa: tutti quelli dell’Unione europea più altri 10. Questo significa che la confederazione comincerà a raccogliere i dati dei clienti delle banche a partire dal 2017, per poi cominciare a trasmetterli dall’estate 2018.
Il governo svizzero ha inoltre da poco indicato che comincerà lo scambio automatico di informazioni, secondo il protocollo Ocse, anche con altri 22 Paesi, tra cui Argentina, Messico, Brasile, Uruguay e Sudafrica. Da quest’estate, con l’Italia, è inoltre già operativo il cosiddetto meccanismo rafforzato della rogatoria fiscale, in virtù della notifica per via diplomatica del protocollo di Milano del febbraio 2015. Un sistema di cooperazione rafforzata su domanda che rimarrà in vigore anche dopo gennaio. Uno dei pilastri centrali su cui il centro finanziario svizzero ha costituito il suo successo negli ultimi ottant’anni comincia quindi a venire meno.
I primi effetti pratici si sono già cominciati a vedere: la divisione private banking svizzera di Citigroup (che si occupa dei clienti con più di 25 milioni di dollari di asset) ha recentemente annunciato di avere chiesto ai propri clienti elvetici di cominciare a condividere i propri dati. La Confederazione ad oggi è ancora il primo centro di wealth management al mondo: alla fine del 2015, secondo l’associazione delle banche svizzere, gli asset gestiti ammontavano a 6,38 trilioni di dollari. Quasi metà, il 49,3%, appartenevano a soggetti stranieri, una percentuale leggermente in calo rispetto al 51,1% dell’anno precedente.
Questa volta è davvero la fine. Da gennaio il segreto bancario svizzero sarà un ricordo. È la conseguenza dell’entrata in vigore della legge federale sullo scambio di informazioni con i 38 Paesi partner dell’intesa: tutti quelli dell’Unione europea più altri 10. Questo significa che la confederazione comincerà a raccogliere i dati dei clienti delle banche a partire dal 2017, per poi cominciare a trasmetterli dall’estate 2018.
Il governo svizzero ha inoltre da poco indicato che comincerà lo scambio automatico di informazioni, secondo il protocollo Ocse, anche con altri 22 Paesi, tra cui Argentina, Messico, Brasile, Uruguay e Sudafrica. Da quest’estate, con l’Italia, è inoltre già operativo il cosiddetto meccanismo rafforzato della rogatoria fiscale, in virtù della notifica per via diplomatica del protocollo di Milano del febbraio 2015. Un sistema di cooperazione rafforzata su domanda che rimarrà in vigore anche dopo gennaio. Uno dei pilastri centrali su cui il centro finanziario svizzero ha costituito il suo successo negli ultimi ottant’anni comincia quindi a venire meno.
I primi effetti pratici si sono già cominciati a vedere: la divisione private banking svizzera di Citigroup (che si occupa dei clienti con più di 25 milioni di dollari di asset) ha recentemente annunciato di avere chiesto ai propri clienti elvetici di cominciare a condividere i propri dati. La Confederazione ad oggi è ancora il primo centro di wealth management al mondo: alla fine del 2015, secondo l’associazione delle banche svizzere, gli asset gestiti ammontavano a 6,38 trilioni di dollari. Quasi metà, il 49,3%, appartenevano a soggetti stranieri, una percentuale leggermente in calo rispetto al 51,1% dell’anno precedente. Il Paese rimane il leader globale del cosiddetto private banking cross border: un quarto degli asset “intra-frontiere” gestiti al mondo sono gestiti in Svizzera. Eppure gli effetti della fine del segreto bancario si sono già cominciati a far sentire. Nel 2015 le banche attive in Svizzera sono calate da 275 a 266: otto delle cessazioni hanno riguardato istituti esteri. Dal 2012 al 2015 solo a Ginevra sono scomparsi 2mila posti di lavoro nel settore bancario, secondo la Fondation Genève Place Financière. La Confederazione non ha ceduto senza lottare: la vertenza sullo scambio automatico d’informazioni tra la Svizzera e l’Unione europea era iniziata già nei primi anni del 2000.
Nel 2004 il governo svizzero si era visto costretto a concludere un primo accordo sulla fiscalità del risparmio, tuttora in vigore, che consente ai membri dell’Unione di prelevare delle imposte sugli interessi di capitali detenuti dai loro contribuenti nelle banche elvetiche. Con il sostegno di Austria e Lussemburgo, la Svizzera era però riuscita a salvaguardare il segreto bancario. Questi tre paesi si limitano a trattenere un’imposta alla fonte del 35% sugli interessi, che viene poi riversata ai membri dell’Unione, senza fornire i nomi dei clienti delle banche. In virtù di tale accordo, la Svizzera riversa circa mezzo miliardo di franchi all’anno alle autorità fiscali dei paesi dell’Unione. Troppo poco agli occhi di Bruxelles, tenendo conto delle diverse centinaia di miliardi di franchi depositati dai contribuenti europei nelle banche elvetiche.
L’accordo ha inoltre una grande falla: si applica solo alle persone fisiche e non alle società. Come emerso recentemente dalle rivelazioni dei Panama Papaers negli ultimi anni si sono moltiplicate le società offshore, create da intermediari finanziari svizzeri e lussemburghesi – ma anche britannici – per permettere a decine di migliaia di contribuenti europei di continuare ad evadere il fisco. Per sfuggire alle crescenti pressioni dell’Ue, il governo svizzero aveva poi tentato nel 2012 la via dei cosiddetti “accordi Rubik”, in base ai quali Berna si impegnava a riversare ai Paesi interessati un’imposta per regolarizzare il passato, in cambio del mantenimento del segreto bancario. Il no della Camera dei Länder tedesca alla ratifica dell’accordo fiscale ha però segnato la fine di questa strategia. I tanti italiani con fondi nascosti in Svizzera sono già corsi ai ripari: in molti hanno fatto corso agli ultimi due scudi fiscali (le cosiddette voluntary disclosure), molti altri si sono affidati a metodi più artigianali. Una volta il nero viaggiava in direzione Italia Svizzera, nell’ultimo paio d’anni il flusso si è capovolto.

di Federico Simonelli, Il Secolo XIX