Le protesi stampate in 3D per i rifugiati siriani vittime della guerra

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La storia di Refugee Open Ware, start-up che realizza arti artificiali per i profughi siriani in Giordania. Con le nuove tecnologie e la filosofia open source

protesi rifugiatiLa medicina rappresenta uno dei settori di maggior espansione per la stampa 3D, tecnologia recente ma con ampi margini di crescita. E grazie alle nuove possibilità del 3D c’è chi sta già cambiando la vita di molte persone: la start-up ROW, Refugee Open Ware, che porta protesi per arti amputati nei campi profughi in Giordania, dove sono accampati più di 600mila siriani.
La start-up stima che tra questi vi siano tra i 100mila e i 200mila casi di amputazioni per incidenti legati alla guerra civile siriana. Nel video sotto vediamo un bambino di 6 anni che riacquista la facoltà di afferrare oggetti grazie a una protesi realizzata con meno di 80 dollari, dopo aver subito l’amputazione della mano sinistra per un incendio domestico.
Questo speciale tipo di protesi è stata realizzata da e-NABLE, una community mondiale di professionisti del settore che si occupa di stampare in 3D braccia e gambe per chi non può permettersi i costi di una protesi medica standard. La storia di e-NABLE comincia nel 2011, quando un ingegnere autodidatta, Ivan Owen, mise a punto la prima protesi stampata in materiale plastico, al modico costo di 50 dollari. Due anni dopo, dopo aver visto in rete un video di pazienti con le protesi di Owen, un professore del Rochester Institute of Technology, John Schull, ha l’idea di creare una rete di volontari in tutto il mondo che utilizzi quel prototipo per stampare in 3D protesi economiche e personalizzabili.
Non solo il costo di produzione è molto basso, ma pare che l’ottima mobilità delle falangi renda queste protesi più funzionali rispetto a quelle standard. ÈOwen avrebbe potuto guadagnare molto con il suo prototipo, ma l’ingegnere ha scelto la via dell’open source: chiunque può scaricare il progetto, personalizzarlo e stamparlo in 3D in ogni parte del mondo; questa è stata la possibilità colta dalla start-up ROW, per portare la mano di e-NABLE in Giordania.
L’obbiettivo di ROW non è solo quello di agire nelle zone di conflitto con aiuti immediati, ma porre le basi per una rinascita economica del territorio. La start-up è attiva su diversi fronti: finanziamento per progetti di ricerca e sviluppo, lezioni di imprenditoria per il settore manifatturiero, istruzione gratuita per i bambini soprattutto riguardo scienze e tecnologie. Ci sono anche corsi d’aggiornamento per i medici del luogo e di questi si occupa Asem Hasna, coordinatore tecnico di ROW che sta istruendo i medici sull’utilizzo del 3D. Hasna è siriano, prima della guerra studiava matematica all’università di Damasco, ma dopo l’inizio del conflitto divenne un paramedico. A causa di un attacco alla sua ambulanza perse una gamba e fu trasportato in un campo profughi in Giordania, dove poi prese a far parte dell’organizzazione ROW. Oggi vive a Berlino grazie allo status di rifugiato, e utilizza le proprie conoscenze nel 3D per portare aiuto nelle aree di crisi.
Questo è l’obbiettivo di ROW, far sì che attraverso l’istruzione nascano nuove professionalità. Uno dei progetti più ambiziosi è la costruzione di una Fab-Lab presso il campo profughi di Za’Atari, la seconda dopo quella già presente ad Amman. Luoghi di ricerca e sviluppo dotati di strutture e macchinari all’avanguardia: l’autosufficienza è la chiave per ridare futuro ad una popolazione che dipende dagli aiuti umanitari.

di Salvatore Tancovi, La Stampa