La nuova vita di Fininvest senza il Milan

Share

cannatelli-pasqualeTagliati i rami secchi, Fininvest si prepara a vita nuova: più utili e più cassa da investire, per stringere la presa sulle partecipazioni attuali – a cominciare da Mediaset, dopo la vendita della pay tv Premium ai francesi di Vivendi, primo azionista di Telecom Italia – e per allargare il proprio portafoglio. Il 2016 ha spazzato via pure il problema Mediolanum: il Consiglio di Stato ha dato ragione a Fininvest, cancellando l’obbligo di vendere il 20% della banca (la gallina dalle uova d’oro del Biscione) imposto da Banca d’Italia dopo la condanna dell’ex Cavaliere. Dopo anni di conti passati al setaccio per razionalizzare i costi, stringendo i cordoni della borsa (dei dividendi) è arrivato il momento di cambiare passo. Soprattutto appena verrà definita la cessione del Milan che porterà nella casse della holding della famiglia Berlusconi 450 milioni di euro (con i cinesi che si faranno carico anche di circa 230 milioni di debiti). A far tirare un sospiro di sollievo a Marina Berlusconi, numero uno del gruppo, non è tanto la plusvalenza da mettere a bilancio quanto il risparmio futuro: nel 2015, con perdite per 90 milioni, il club di via Turati ha azzerato l’utile della holding, dopo aver drenato dalle casse della capogruppo 150 milioni di liquidità per far fronte alle spese a cui si aggiungono altri 10 milioni già versati nel 2016 e linee di credito per 70 milioni di euro. Dal 1986 a oggi, il Milan è costato alla famiglia Berlusconi 820 milioni di euro: certo sono arrivati gli scudetti e le coppe con la popolarità mondiale. Da quando la squadra ha smesso di vincere, però, le spese sono diventate insostenibili e solo guardando allo scorso anno, senza il Milan, nelle casse di Fininvest Spa ci sarebbero quasi 500 milioni di euro da spendere. Una volta chiusa la partita con i cinesi – ragionano gli addetti ai lavori – si potranno esaminare con attenzione i dossier che iniziano a accumularsi sul tavolo alla ricerca di nuove opportunità d’investimento. Non è un caso che con il cambio di passo della holding sia arrivato anche il rinnovo dei vertici. Dopo tredici anni l’amministratore delegato, Pasquale Cannatelli, diventa vice presidente, lasciando la sua poltrona al direttore generale Danilo Pellegrino. Un cambiamento all’insegna della continuità ripetono come un mantra da via Paleocapa sottolineando come i due manager abbiamo lavorato per anni a stretto contatto. Tuttavia, in una fase di rilancio che per forza di cose passerà anche attraverso la razionalizzazione e valorizzazione dei singoli asset – in portafoglio ci sono anche il 25% di MolMed, il 2% di Mediobanca e il Teatro Manzoni – , Marina Berlusconi ha voluto stringere la presa sull’azienda nominando al vertice il dirigente di cui maggiormente si fida e che sente a lei più vicino. Che il vento sia girato si vede anche dai conti del 2015 che la holding ha archiviato «in sostanziale pareggio» a -0,1 milioni, rispetto ai 9,9 milioni di utile 2014, ma su cui pesano – oltre al Milan – oneri fiscali non ricorrenti per circa 17 milioni di euro. L’indebitamento, infatti, è sceso a 789,1 milioni dai 1,055 miliardi dell’anno prima, mentre il patrimonio netto consolidato sfiora i 5 miliardi di euro. La capogruppo ha quindi messo a bilancio un utile netto di 221,4 milioni decidendo di pagare – per la prima volta dopo cinque anni – dividendi alla famiglia per 91,6 milioni di euro: negli ultimi anni invece si era proceduto alla distribuzione di riserve. Insomma, in attesa di qualche colpo a sorpresa, le gambe su cui si reggono i conti della famiglia Berlusconi restano Mondadori e Mediaset alle quali – per motivi diversi – la holding guarda con fiducia. Mondadori. La cura dimagrante imposta da Marina ha riportato i conti in carreggiata. E Segrate ha ripreso a fare shopping investendo sul proprio sviluppo: prima ha acquistato Rcs Libri, poi le attività digitali di Banzai, completando così la propria offerta editoriale e colmando il vuoto online di cui ha sempre sofferto. Per gli analisti, adesso, la casa editrice è molto più forte: «Fino a qualche mese fa poteva essere uno degli asset in vendita della famiglia Berlusconi – spiega l’esperto di una banca d’affari – adesso, con Rizzoli, la società è molto più solida. Di certo non è sul mercato e se lo fosse avrebbe la fila davanti». Anche perché di fatto, in Italia, nel settore dei libri non ha più rivali. Nel primo trimestre la perdita si è ridotta del 50% a 1,8 milioni. Mediaset. La cessione della pay tv ridà ossigeno a Cologno: lo scorso anno Premium ha perso 84 milioni di euro, riducendo l’utile Mediaset a 4 milioni di euro. Numeri che insieme alla ripresa del mercato pubblicitario (gli investimenti nel settore sono attesi in crescita del 3% nell’anno) fanno ben sperare il gruppo, in attesa che il rapporto con Vivendi evolva. Gli addetti ai lavori sono convinti che da solo il Biscione non potrà resistere a lungo in un settore sempre più competitivo. Mediaset, inoltre, ha l’identikit perfetto del partner di una media company europea: «Insieme a Vivendi – ragiona un analista – può essere leader in Italia, Spagna e Portogallo. Inizieranno a tagliare i costi producendo contenuti insieme, poi potrebbe arrivare l’integrazione definitiva». I francesi sono i primi azionisti di Telecom Italia e il mercato scommette che alla fine il matrimonio a tre si farà. E’ già successo in Nuova Zelanda tra Vodafone e Sky, mentre in Spagna Telefonica ha comprato Digital Plus sistemando i propri ricavi da rete fissa. I tempi, però, devono maturare: Fininvest vuole che il titolo Mediaset recuperi terreno per entrare nella futura media company come socio di rilievo. I 3,7 miliardi di capitalizzazione sono troppo pochi contro i 21,5 di Vivendi e i 13,5 di Telecom.