Vino: consumi italiani ai minimi storici, ma l’export vola a oltre 5 miliardi

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Mattarella inaugura l’edizione numero 50 di Vinitaly. In vetrina a Verona mezzo secolo di cultura e produzione, dalla prima Doc agli estratti della vite per l’industria della bellezza: oltre 4 mila espositori e 55 mila operatori da 141 paesi. I cambiamenti climatici hanno spostato le colture in altitudine e alzato di un punto la gradazione

Sergio-Mattarella2Il presidente Sergio Mattarella e il ministro Maurizio Martina hanno inaugurato, a VeronaFiere, la rassegna Vinitaly, la vetrina con il meglio della produzione vitivinicola nazionale. Per questa edizione numero 50, domani tra gli stand arriverà anche il presidente del consiglio, Matteo Renzi che accoglierà Jack Ma, patron di Alibaba group, il più grande sito cinese di e-commerce. Presenze che testimoniano l’importanza della manifestazione, cresciuta di pari passo con la produzione e al qualità del vino italiano negli ultimi 50 anni. Quest’anno gli espositori saranno 4.100 espositori, con 55mila operatori da 141 nazioni e circa mille buyer provenienti da 30 Paesi. “La domanda di Italia si fa più forte nel mondo – ha detto il presidente della Repubblica, Mattarella -. Per questo non abbiamo paura della competizione con nuovi produttori e con Paesi emergenti. E’ lecito, però, porci un obiettivo più ambizioso di quello di mantenere o di condividere un primato numerico. Nell’interesse generale, l’obiettivo deve essere quello di innalzare, insieme alla qualità dei nostri standard, quelli dell’intero mercato”.
“Abbiamo un comparto che vale oltre 14 miliardi di euro – ha detto invece il ministro Martina – , nel 2015 abbiamo raggiunto i 5,4 miliardi di euro di export e siamo tornati ad essere i primi al mondo per quantità di produzione. Ora dobbiamo vincere la sfida anche sul fronte del valore della produzione e delle esportazioni. Possiamo farcela. Basti pensare che negli ultimi 10 anni abbiamo dimezzato il divario dalla Francia e che oggi negli Stati Uniti vendiamo più di tutti. Il governo c’è – ha concluso Martina – . Siamo al fianco delle nostre imprese per rafforzare la loro presenza sui mercati con misure concrete e un piano di internazionalizzazione”.
I 50 anni di storia di Vinitaly e dell’industria italiana del vino sono stati ripercorsi minuziosamente dalla Coldiretti, partendo dal primo vino italiano doc riconosciuto nel 1966 fino alla storica mappatura del genoma della vite annunciata nel 2007. A cambiare la realtà vinicola italiana però sono stati anche la nascita dell’associazione italiana sommelier e l’arrivo del qr code in etichetta per garantire la tracciabilità dal tralcio al bicchiere attraverso lo smartphone.
I numeri della Coldiretti – In 50 anni la quantità di vino Made in Italy venduto all’estero è aumentata di quasi otto volte (+687%) con il risultato che oggi nel mondo una bottiglia esportata su 5 è fatta in Italia; e ciò nonostante – sottolinea la Coldiretti – la produzione di vino in Italia sia scesa dal 1966 ad oggi del 30 per cento, passando da 68,2 milioni di ettolitri ai 47,4 milioni di ettolitri registrati nel 2015. Un percorso inverso – afferma Coldiretti – ha caratterizzato, invece, i consumi di vino degli italiani che nel giro di 50 anni si sono ridotti a un terzo. Dai 111 litri che ogni italiano beveva in media nel ’66 si è scesi agli attuali 37 litri che rappresentano il minimo storico di sempre.
Il primo vino Doc, una vernaccia – Meno quantità più qualità anche grazie al lavoro di 35 mila sommelier, figura professionale nata nel 1965, ma riconosciuta giuridicamente dal 1973. La nascita e lo sviluppo della figura dei sommelier ha sostenuto una rivoluzione della qualità il cui aspetto forse più evidente è l’arrivo di vini “doc”. Fissate le regole con il Dpr 930 del 1963, il primo riconoscimento è arrivato il 6 maggio del 1966:a ottenere la Denominazione di origine controllata fu la vernaccia di San Gimignano doc. Con legge 164 del 1992 sono state istituite poi le indicazioni geografiche tipiche (igt). Dal 4 agosto 2008 – segnala ancora la Coldiretti – è arrivata la possibilità di mettere in commercio i vini a denominazione di origine nel formato bag in box, gli appositi contenitori in cartone e polietilene dotati di rubinetto che consentono di spillare il vino senza far entrare aria, garantendone la conservazione. L’incidenza delle Doc sulla produzione italiana complessiva è passata in 50 anni – spiega la coldiretti – da appena il 2% al 32% di oggi.
La ‘lettura’ del genoma – Altra tappa epocale per la ricerca sul vino, riconrda Coldiretti, è stata la pubblicazione dell’articolo di Nature del 26 agosto 2007 che annunciava la decodifica del genoma della vite prendendo come pianta modello il pinot nero, una delle cultivar più importanti a livello mondiale, grazie a un gruppo di ricercatori dell’Istituto agrario di San Michele all’Adige guidato da Riccardo Velasco, coordinatore del Dipartimento di genetica e biologia molecolare, con la collaborazione della società americana Myriad genetics inc.
La capacità di innovazione dell’industria vinicola italiana, sottolinea Coldiretti, è evidente dal fatto che con 72.300 ettari di terreno coltivati da 10 mila aziende e 1.300 Cantine, in Italia si trova il 22% dei vigneti mondiali coltivati con metodo biologico. Nel tempo le novità hanno riguardato anche i tappi con l’utilizzo per la prima volta dei primi tappi di vetro al posto di quelli di sughero, ma è arrivato lo spumante Made in Italy con polvere d’oro, quello fatto invecchiare nel mare e la bottiglia di spumante con fondo piatto per aumentare la superficie che i lieviti hanno a disposizione per assolvere al meglio il loro compito.
Più forte di un grado – Negli ultimi 50 anni sono stati evidenti anche gli effetti dei cambiamenti climatici: il vino italiano è aumentato di oltre un grado e la presenza della vite si è spostata verso altitudini prima impensabili fino a quasi 1200 metri di altezza come nel comune di Morgex e di La Salle, in Val d’Aosta, dove dai vitigni più alti d’Europa si producono le uve per il Blanc de Morgex et de La Salle dop.
Dal vino alla bellezza – Capitolo a parte, conclude Coldiretti, merita un’altra costola della produzione: la nascita e la diffusione delle pratiche del “wine beauty”, iniziate con il bagno nel vino, ma che oggi comprendono prodotti come il dopobarba all’amarone, la crema viso alla linfa di vite, lo scrub agli scarti di potatura, il gel di uva rassodante, la crema allo spumante, lo shampoo al vino rosato o lo stick labbra agli estratti di foglie di vite.

Repubblica