I soldi non fanno la felicità: Milano è la provincia più ricca e triste d’Italia

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La relazione tra stipendi e soddisfazione personale non ha l’andamento crescente che sembrerebbe naturale: al crescere delle retribuzioni medie,  il livello medio annuo dell’indicatore di felicità tende anzi lievemente ad abbassarsi. Lecce, per esempio,  si ritrova al 106esimo posto nella classifica per reddito, ma occupa una delle prime posizioni per valore di iHappy

soldi felicitàMilano è un caso addirittura sconcertante: con lo stipendio medio più elevato d’Italia (34.508 euro l’anno), è la provincia che registra il più basso livello di felicità percepita. Ma non è un caso isolato. Qualche giorno fa è stata resa nota la classifica delle province italiane per valore dello stipendio medio: una classifica che vede ai vertici Milano, Bolzano e Genova, è più in generale province dell’Italia settentrionale e in coda le città del Sud e delle Isole. Quasi un luogo comune, che abbiamo voluto confrontare con i valori della felicità dichiarata secondo iHappy, un indice social che si pone l’obbiettivo di catturare il buonumore (o la tristezza) dei messaggi postati dagli italiani su Twitter. In particolare, abbiamo incrociato le rilevazioni effettuate dall’Osservatorio JobPricing sulle retribuzioni annue lorde dei lavoratori dipendenti nel corso del 2014 e del 2015 con i valori medi del suddetto indicatore di felicità (che si muove tra 0 e 100) nell’anno 2014.
Ne emerge un quadro piuttosto variegato, in cui – come si è detto – qualche provincia ricca si segnala per l’inatteso livello di insoddisfazione complessivo, mentre altre province, decisamente più in difficoltà sul fronte reddituale, mantengono comunque alta la bandiera della felicità percepita o, quantomeno, dichiarata: è il caso di Lecce che, con uno stipendio medio di 23.029 euro annui si ritrova al 106esimo posto nella classifica per reddito, ma occupa una delle prime posizioni per valore di iHappy.
Nel complesso, come mostra il grafico, la relazione tra stipendi e felicità non ha l’andamento crescente che sembrerebbe naturale: al crescere delle retribuzioni medie, il livello medio annuo dell’indicatore di felicità tende anzi lievemente ad abbassarsi. Né bisogna credere che sia il caso estremo di Milano a condizionare il dato nazionale: come mostra il grafico, anche escludendo la metropoli “ricca e infelice” (almeno nel corso dello scorso anno) dall’analisi, la relazione tra retribuzioni e felicità continua a permanere debolmente negativa.
Si potrebbero, a questo punto, scomodare teorie psicologiche, o qualcuno dei “paradossi della felicità” che economisti e sociologi hanno ravvisato negli ultimi decenni, o ancora rispolverare gli “insegnamenti della nonna”, che ammoniva a riporre eccessive attese di serenità dal benessere economico. Oppure, e più realisticamente, si può ricordare che la serenità non dipende solo dalle nostre disponibilità finanziarie, ma anche da diversi aspetti della nostra vita quotidiana che – come ci ricordava saggiamente la nonna – non si possono comprare: il sole, il cielo azzurro, vivere in un paese a misura d’uomo, respirare aria un po’ più pulita.
Ed ecco spiegato perché, ad esempio, diverse delle province sarde che chiudono l’elenco stilato in base ai redditi hanno occupato per diversi giorni le prime posizioni della classifica che iHappy ha pubblicato quotidianamente in rete. Difficile tuttavia immaginare, sulla base di queste evidenze, migrazioni di massa – se non in occasione delle prossime vacanze natalizie – dalla città della Madonnina verso panorami pregevoli di città con minori opportunità di guadagno. E’ evidente però che gli italiani sembrano alla ricerca di un difficile equilibrio tra ciò che è utile e ciò che è bello e, quando sono costretti a scegliere lo fanno a volte a malincuore e – con la complicità del loro account Twitter – si lamentano. Insomma, se i Beatles ci ricordavano più di 50 anni fa che “money can’t buy me love”, forse lo stesso vale anche per la felicità?

a cura di VOICES FROM THE BLOGS  da “Repubblica”

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