La protesta contro Uber, la start-up che gestisce l’applicazione dei taxi fai-da-te, dilaga infatti anche a Parigi. Alcune centinaia di taxi hanno bloccato fin dalle prime ore della mattinata le strade fra gli aeroporti di Roissy-Charles de Gaulle e di Orly e Parigi, per protestare contro il servizio degli autisti privati Uber. Per disinnescare la tensione, il portavoce del ministero dell’Interno, Pierre-Henry Brandet, ha annunciato che dal 1 gennaio il servizio di “ride sharing” on line importato dagli Usa sarà vietato per legge.

“Non soltanto il servizio è illegale – ha detto Brandet alla tv i-Telè – ma per il consumatore c’è un reale pericolo”. Nonostante ciò, i tassisti protestano contro la decisione del tribunale di commercio, che venerdì scorso ha respinto il reclamo delle associazioni che chiedevano il divieto di Uber, servizio al quale si accede tramite una “app” sul cellulare.

La decisione è stata spiegata con il fatto che la legge che è stata votata dal governo per regolamentare il servizio di taxi entrerà in vigore soltanto nel 2015. Dalle 5 di questa mattina, alcune centinaia di taxi gialli bloccano le entrate e le uscite delle vie dirette dalla tangenziale della capitale, il “pèripherique”, agli aeroporti.

A questa situazione si aggiunge un altra gatta da pelare, soprattutto per l’immagine, per la start-up. Come ha denunciato il sito d’informazione online Mashable, infatti, durante l’attacco terroristico che ha portato al sequestro di numerosi ostaggi in un bar di Sydney è stato accompagnato da una vertiginosa impennata dei prezzi delle corse di Uber per uscire dal centro della città australiana. A quanto pare, si è arrivati a chiedere un prezzo iniziale di ben 100 dollari australiani (65 euro) per essere caricati a bordo.

La società ha spiegato lo spiacevole accaduto imputando la dinamica dei prezzi a un software automatico, che innalza le tariffe nel momento in cui registra una maggior domanda, proprio per invogliare più autisti a mettersi a disposizione dei clienti. Ma quel che non va giù all’opinione pubblica è che sia stato necessario un levarsi di scudi – veicolato principalmente dai social media – perché l’app intervenisse ‘manualmente’ promettendo dal suo blog il rimborso delle tariffe e indicendo una giornata di viaggi gratis per chi si voglia allontanare da downtown. Intanto, su Twitter, il flusso di commenti legati ad hashtag come #UberShame e #UberSydney dimostra quanto l’intervento sia avvenuto a buoi ben scappati.