In Brasile vince la ricetta economica di Dilma Rousseff: rischio “pressioni ribassiste

dilma roussef
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dilma roussefIl Paese sudamericano ha visto più che triplicare il Pil dal Duemila ad oggi, drugstore ma poi è entrato in recessione tecnica con alta inflazione. Le disuguaglianze sono diminuite, ma restano grandissime tensioni sociali. Tra Rousseff e Neves c’era in ballo l’opposta concezione del rapporto tra Stato e tessuto produttivo. Una grande cavalcata, poi lo stallo. Due ricette economiche profondamente diverse per uscirne. Dietro le elezioni brasiliane, che hanno visto affermarsi la presidente uscente Dilma Rousseff contro Aécio Neves, c’era molta visione economica a confronto. Alla fine, con il 51,5%, ha vinto la ricetta del partito dei lavoratori di Lula prima e di Dilma ora, che ha garantito il boom degli anni 2000, boom che ora si è appannato. I grandi numeri. Dopo dodici anni di governo del Partito dei Lavoratori, il volto del Paese sudamericano è assai cambiato. Come ricorda un dossier Ispi, il Brasile pesa ora per quasi la metà del Pil della parte Sud delle Americhe, con una progressione del prodotto impressionante: rispetto al 2000, il Pil brasiliano è cresciuto di tre volte e mezzo da meno di 650 miliardi di dollari a quasi 2.500, nel 2011. Dal decimo posto tra le economie globali, il Brasile si è issato al settimo posto superando – tra gli altri – anche l’Italia. Poi si è verificato un brusco rallentamento, accompagnato da un’inflazione troppo elevata. Anche a livello personale, guardando il Pil pro capite, la crescita dei primi anni Duemila è stata significativa, passando da 3.700 dollari nel 2000 a circa 12.400 stimati per il 2014. La nuova classe media e le vecchie disuguaglianze. Al di là della recente frenata, le politiche di Lula prima e Rousseff poi hanno avuto effetti importanti, ma il Brasile resta uno dei Paesi maggiormente diseguali del Sudamerica. L’Ispi ricorda che nell’ultimo decennio si sono registrati importanti sviluppi: mentre nel 2001 il 10% più povero del paese deteneva lo 0,6% del reddito nazionale e il 10% più ricco il 46,8%, nel 2009 le percentuali sono passate rispettivamente allo 0,8% e al 41%. Con i due presidenti in continuità, le statistiche parlano di 30 milioni di poveri sottratti alla miseria e della formazione di una nuova classe media, l’80% della quale è formata da neri. L’indice Gini, che calcola le disuguaglianze, è migliorato, passando dallo 0,58 del 2000 all’attuale 0,54. Ciò nonostante, il Brasile resta uno dei peggiori paesi al mondo per ciò che concerne questa speciale graduatoria: si classifica intorno al 140° posto, allo stesso livello dello Zambia e con valori peggiori di paesi come il Belize o il Ruanda. 11,4 milioni di persone, la popolazione del Portogallo, vive nelle favelas.La situazione pre-elettorale. “I dati macroeconomici mostrano un paese in recessione tecnica, con inflazione più alta dell’obiettivo, un elevato disavanzo del bilancio pubblico e del conto corrente”, sintetizza all’Istituto per gli studi di politica internazionale Antonella Mori dell’Università Bocconi. In effetti, dopo un primo trimestre 2014 a -0,2%, anche il secondo periodo dell’anno è stato negativo dello 0,6%. “Ma la disoccupazione è molto bassa, quasi il pieno impiego, il consumo è aumentato, milioni di brasiliani sono entrati nella classe media negli ultimi anni e milioni di famiglie beneficiano dei numerosi programmi sociali”, dice ancora. “Questa differenza tra cattiva congiuntura macroeconomica e buona situazione individuale – prosegue la docente – spiega anche la differente strategia elettorale dei due candidati presidenti. Il presidente in carica, Dilma Rousseff, mette in risalto i successi degli ultimi 12 anni di governi Pt e propone cambiamenti per riprendere il sentiero di crescita con inclusione, ma in uno spirito di continuità con il passato. Il candidato dell’opposizione, Aécio Neves, considera invece che l’attuale crisi economica sia il risultato del modello interventista-protezionista della Rousseff e che la crisi possa essere superata solo da un cambiamento radicale di modello”.Le proposte diverse. Ancora Mori sintetizza la posizione di Rousseff, per la quale lasciare la politica inaugurata da Lula “metterebbe in pericolo i risultati ottenuti: aumento del reddito individuale, bassa disoccupazione, calo della povertà e riduzione della disuguaglianza”. Lo Stato rimarrebbe con lei protagonista “come regolatore, nelle politiche economiche, nella politica industriale e come finanziatore per investimenti”. Una importante novità, segnala Mori, è l’inserimento nel suo programma della “competitività produttiva per aumentare la produttività del Paese”. Anche per gli analisti di SocGen, con Rousseff di nuovo al potere per il secondo mandato (che significherà 16 anni di fila per il suo partito) la politica “fiscale e monetaria è attesa in linea” con il passato. Tuttavia, nonostante i programmi di spesa sociale e un maggiore coinvolgimento dello Stato nell’economia, anche Rousseff potrebbe dare “una stretta di bilanci nel 2015. La presidente ha ribadito la sua volontà di affrontare i problemi macro (tra cui la situazione fiscale e l’inflazione troppo alta elevata), senza però depotenziare i suoi programmi socio-economici che hanno portato fuori dalla povertà una parte consistente della popolazione“. La semplificazione del sistema di tassazione e il rilancio delle infrastrutture – ma in concessione ai privati – sarebbero cardini della sua politica economica.

La Repubblica

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