Ocse: multinazionali, basta astuzie fiscali

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ocseL’ORGANIZZAZIONE DI PARIGI HA PRESENTATO AL G20 DI SYDNEY UN DETTAGLIATO PIANO PER PORRE FINE A QUELLO CHE TANTI, tadalafil A PARTIRE DAL PRESIDENTE AMERICANO, CONSIDERANO UNO SCANDALO: LE AZIENDE SPOSTANO GLI UTILI NEI PAESI CON LE ALIQUOTE PIÙ BASSE

Per più di mezzo secolo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) si è sempre adoperata perché le imprese multinazionali non venissero tassate due volte per i profitti realizzati all’estero. L’obiettivo? “Evitare ostacoli al commercio e quindi alla crescita globale”, spiegavano i funzionari dell’organizzazione di studi economici che ha sede nel castello della Mouette, a Parigi, di cui fanno parte 34 paesi e di cui è stato vicesegretario generale Pier Carlo Padoan prima di diventare ministro dell’economia del governo di Matteo Renzi. Ma negli ultimi anni, e in particolare dopo la tempesta finanziaria scoppiata nel 2008, le preoccupazioni dell’Ocse si sono spostate dal tema della doppia imposizione a quello dei paradisi fiscali e dell’elusione delle tasse societarie. Due settimane fa, facendo seguito alla richiesta presentata nel 2013 dal G20, l’organizzazione ha presentato il Beps (Base erosion and profit shifting project), un pacchetto di proposte per mettere fine “alla doppia non-tassazione delle multinazionali”, secondo quanto ha detto con una punta di ironia, Pascal Saint-Amans, responsabile del settore fiscale. In pratica è un piano per cambiare il sistema di tassazione internazionale, modernizzando la ragnatela di 3mila trattati bilaterali e vecchie leggi nazionali che oggi, di fatto, permette alle grandi aziende – attraverso meccanismi giuridici e contabili complicati, ma sostanzialmente legali – di far convergere i profitti nelle loro consociate di paesi più generosi sotto il profilo fiscale, a prescindere da dove gli utili siano stati realizzati. Un esempio? Google canalizza 8 miliardi di dollari di utili conseguiti in Europa e in Asia sulla sua società delle Bermuda, dove non ci sono tasse sui redditi. Un altro esempio: l’anno scorso Amazon.com, il gigante dell’e-commerce guidato da Jeff Bezos, ha scelto la sua consociata lussemburghese per fatturare i 15 miliardi di euro delle vendite in Europa, in modo che gli utili non fossero tassati. Un ulteriore esempio: il gruppo Vodafone ha creato in Lussemburgo, per la stessa ragione di Amazon, una società centralizzata per gli acquisti delle apparecchiature telefoniche di tutto il gruppo. E quei 200 dipendenti che lavorano nel Granducato riescono da soli a ottenere un utile netto – perché non tassato – di 400 milioni di euro l’anno. Si calcola che con questi stratagemmi vengano “risparmiati” dalle imprese 100 miliardi di dollari all’anno, privando gli stati nazionali dell’equivalente in introiti fiscali. Di qui la richiesta sempre più pressante, da parte della politica e dell’opinione pubblica, di mettere fine a questa maxi-elusione, che si è peraltro accelerata in coincidenza con la crisi finanziaria e la recessione. Google, che è tra i gruppi più presi di mira (e che ora vede anche inasprirsi il contenzioso anti-trust con l’Unione europea), ha sempre sostenuto, per bocca del suo presidente Eric Schmidt, che senza i benefici fiscali investirà di meno nella ricerca, a discapito di tutti gli utenti: una giustificazione che molti considerano speciosa, perché il gigante di Mountain View non ha certo il monopolio dell’innovazione. D’altra parte è vero che i colossi americani del web sarebbero tra i più colpiti dalle nuove regole dell’Ocse, non fosse altro perché l’economia digitale ha più facilità a spostarsi da paese a paese: e così hanno già sguinzagliato lobbysti e parlamentari amici per cercare di neutralizzarle. Due importanti esponenti repubblicani, ad esempio, il deputato Dave Camp e il senatore Orrin Hatch, non hanno perso tempo nel denunciare i danni del nuovo sistema per l’economia americana: anche se proprio gli Stati Uniti hanno introdotto la settimana scorsa delle misure per scoraggiare le inversions, cioè i trasferimenti all’estero delle sedi legali di società americane, attraverso la fusione con aziende straniere più piccole, per approfittare di livelli più bassi di tassazione. “Le inversions sono anti-patriottiche”, ha tuonato lo stesso Barack Obama: “Dobbiamo impedire che, spostando la residenza solo sulla carta, le aziende non paghino la fetta di tasse che a loro ti l’iter sarà ben più lungo. Ma non c’è dubbio che il pacchetto dell’Ocse rappresenti una svolta importante: a cominciare dai limiti per le succursali nei paradisi fiscali, che non potranno più contabilizzare tutti i profitti, ma dovranno “spanderli” su tutte le consociate. Un altro aspetto del pacchetto anti-elusione riguarda le regole per la residenza fiscale. “Bisogna rivedere le vecchie disposizioni che permettono a una società di avere dei magazzini in un paese pur non avendo lì una residenza fiscale”, ha detto l’Ocse. La prima a tremare è Amazon, che ora, pur avendo immensi depositi in quasi tutti i paesi europei, controlla dal Lussemburgo tutta la fatturazione. Ma anche Apple, Adobe e eBay rischiano di pagare molte più tasse, perché – sostiene l’Ocse – “una significativa presenza digitale in un paese deve tradursi in un obbligo di residenza fiscale”. Tra le altre indicazioni, c’è quella che riguarda il “transfer pricing”: cioè il prezzo in cui società dello stesso gruppo si scambiano beni intangibili come marchi e copyright. Proprio questi trasferimenti consentono, attraverso prezzi alzati o sgonfiati ad arte, di minimizzare l’imponibile fiscale. E un’altra norma, forse la più temuta, è quella per cui le imprese dovranno dichiarare i proventi, i profitti e le tasse pagate in ogni paese in cui operano, dando così per la prima volta agli sceriffi del fisco un quadro dettagliato delle loro operazioni. Il G-20 di Sidney mentre ascolta, il 16 settembre, il discorso di Angel Gurria, segretario generale dell’Ocse, che annuncia il piano dell’organiz-zazione contro l’elusione fiscale praticata dalle multinazionali spetta”. Questo stesso principio evocato dal presidente americano è alla base delle proposte dell’Ocse: tassare i profitti nel luogo dove avviene l’attività economica e dove viene creato valore. Dopo un anno di lavoro, l’organizzazione parigina ha avuto il benestare di massima sul suo piano da parte dei 34 paesi membri (tra cui figurano quasi tutti i membri dell’Ue, gli Stati Uniti, il Giappone) e da parte dei paesi associati, tra cui Russia, Cina e Brasile: si sono tutti impegnati a recepire i nuovi orientamenti nelle loro legislazioni nazionali. Naturalmente ci vorrà molto tempo: l’Australia, che è stata la prima a impegnarsi, prevede il passaggio delle nuove norme non prima del 2017.

Arturo Zampaglione

La Repubblica

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