Eurozona in deflazione con il petrolio a 60 dollari

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eurozonaIl crollo del greggio garantisce un +0, 3% al Pil dell’area con la moneta unica, ma le ripercussioni sui Paesi produttori saranno più gravi di quanto si pensi. La Bce verso un quantitative easing da almeno 350 miliardi. Il rapporto di Intesa Sanpaolo: “Italia indietro rispetto ai grandi Ue”.  Il petrolio a 60 dollari al barile porterà la deflazione nell’Eurozona all’inizio del nuovo anno. E’ una delle conseguenze che derivano dal crollo del greggio, seguito alla decisione dell’Opec di mantenere alti livelli di produzione nonostante la domanda sia in calo per la stagnazione economica e l’industria dello shale gas americano abbia ormai reso gli Usa un Paese esportatore di energia.

Secondo il report sugli scenari macroeconomici del 2015 di Intesa Sanpaolo, l’impatto più immediato ed evidente del ribasso delle quotazioni petrolifere sarà proprio sull’inflazione, destinata a scendere temporaneamente a livelli negativi nell’Eurozona e negli Stati Uniti a inizio 2015. Nella relazione l’inflazione dell’area euro è vista allo 0,5% nella media del 2015, da una precedente stima di 0,9%, e all’1% nel 2016, da 1,3%. Gli economisti avvertono però che “in uno scenario di rischio con il petrolio a 60 dollari a barile, l’area euro andrebbe in deflazione nel 2015 e l’inflazione resterebbe sotto l’1% anche nel 2016”.

In parallelo, però, si verificheranno miglioramenti delle bilance commerciali dei paesi consumatori, aumenti dei margini di profitto delle imprese e del potere di acquisto delle famiglie. Ancora, con il barile a minimi da anni si “riducono di almeno 400 miliardi di dollari i trasferimenti annuali di risorse finanziarie dai paesi consumatori a quelli produttori e ciò inciderà sull’andamento dell’economia globale nel 2015 più di quanto si immagini”.

Per gli economisti di Ca’ de Sass, l’impatto sarà più forte negli Stati Uniti, a motivo della minore pressione fiscale sui carburanti, ma la rilevanza sarà maggiore nell’Eurozona, dove la velocità di fondo dell’economia a fine 2014 è più bassa. Le esportazioni verso i paesi esportatori di petrolio caleranno drasticamente e alcuni di essi potrebbero essere soggetti a instabilità finanziaria, ma l’effetto netto rimarrà ampiamente favorevole. Il beneficio per l’economia europea è stimato nello 0,3% del Pil, con probabili ricadute che si estenderanno al 2016. La stima – per altro – è giudicata prudente, poiché basata su un prezzo medio di 72 dollari al barile contro i circa 60 attuali.

Per il Belpaese non ci sono buone nuove: “L’Italia rimarrà indietro rispetto agli altri grandi paesi dell’Eurozona, in particolare Germania, Spagna e Olanda. Tuttavia, diversi fattori dovrebbero sostenere la ripresa: il cambio più debole, l’accelerazione della domanda interna in altri paesi dell’Eurozona, la liberazione di potere d’acquisto dovuta al calo dei prezzi energetici, l’orientamento marginalmente espansivo della politica fiscale, il miglioramento delle condizioni finanziarie”. Alla luce di queste considerazioni, “la stima 2015 per la crescita del Pil è stata mantenuta allo 0,4%: il risparmio energetico va a compensare un andamento ancora negativo dei dati economici a fine 2014, che avrebbe altrimenti giustificato tagli alle proiezioni”.

Per gli esperti di Intesa Sanpaolo, lo shock petrolifero rafforza invece il ruolo trainante degli Stati Uniti per l’economia globale. La crescita del Pil 2015 è stimata nel 3,2%, contro l’1,1% dell’Eurozona e lo 0,8% del Giappone. Anche considerando la contrazione del Pil nei paesi esportatori di petrolio, la crescita mondiale dovrebbe accelerare dal 3,2 al 3,6%.

Da ultimo, Intesa studia le implicazioni per le politiche monetarie. Negli Stati Uniti, dove la ripresa è solida e matura, l’effetto di stimolo alla domanda interna prevale su quello di temporanea riduzione dell’inflazione, e rafforza la prospettiva che la Federal Reserve inizi ad aumentare i tassi ufficiali a metà 2015.

In Europa, nonostante l’aiuto del petrolio, la Bce avrà bisogno di rafforzare una ripresa ancora fragile e incapace di reggersi da sola. Ci sono segnali che nei primi mesi del prossimo anno sarà finalmente avviato un grosso programma di acquisto di titoli di stato da parte di Mario Draghi. La dimensione minima ipotizzabile è di 300-350 miliardi, ma tale cifra è sufficiente soltanto se si ipotizza un grande successo degli altri programmi già annunciati e se saranno acquistati anche corporate bond per volumi elevati (70 miliardi di euro). Probabile, perciò, che sia più ampio.

“Anche se non riteniamo che il programma possa avere effetti rivoluzionari sulle prospettive di ripresa, si tratterà di un passo molto utile per rinforzare la crescita, sostenere il clima di fiducia, tenere sotto controllo l’avversione al rischio e agevolare la sostenibilità del debito pubblico. L’andamento divergente delle politiche monetarie spingerà ancora più in basso il cambio euro/dollaro, ma conviene essere cauti sugli obiettivi (1,20-1,17)”.


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