C’erano una volta/ Fausto Coppi

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Per noi fu il campione triste! Ma era solo una leggenda 44

di Cesare Lanza per La Verità

La morte improvvisa e l’amore scandaloso con la Dama Bianca diedero al ciclista un’aura^ tragica. In realtà era gioviale e riservato. Il figlio: «Preferiva ascoltare che parlare» L’ attacco di Faustino contro Gianni Brera:
«Si e inventato Diceva: «Il momento più esaltante non e quando si taglia il traguardo da vincitori. E quando si decide di andare in fuga anche se l’arrivo e lontano» le voci sui suoi istinti suicidi e ha costruito la sua fama sulla pelle degli altri Con cattiveria e arroganza». «Un uomo solo è al comando, la sua m a g l i a è biancoceleste, il suo nome è Fausto
C o p p i » . Quando sentivamo questo annuncio alla radio – non c’era la televisione, la voce era del radiocronista Mario Ferretti esplodeva l’entusiasmo tra tutti gli appassionati di ciclismo. Divisi in due eserciti: i tifosi di Coppi e i tifosi di Gino Bartali. Ma di fronte ad alcune vittorie di Fausto, indiscutibile campionissimo (ricordo una decisiva tappa di montagna nel Giro d’Italia del 1953) a coppiani e bartaliani (io ero bartaliano) veniva la pelle d’oca. Coppi era puntuale all’appuntamento. «Per un corridore», diceva, «il momento più esaltante non è quando si taglia il traguardo da vincitori. Ma quando si decide di andare in fuga, di attaccare, anche se il traguardo è lontano». Come atleta, Coppi è stato il nostro più grande ciclista; come uomo, ha avuto una vita breve, tormentata e infelice. Il et della Nazionale, Alfredo Martini, disse una volta: «Ad amplificare la poesia di Coppi fa anche la sua morte. Ce lo ha improvvisamente rapito giovane, per lasciarcelo eternamente giovane. E noi tutti a ricamarci e a rivederci, a confrontare e a immaginare, a riscoprire e a indagare». La sua morte, il 2 gennaio i960, fu inaspettata e commovente. Antonio Ghirelli titolò così Tuttosport: «Era il campione più grande e infelice». Candido Cannavo, celebre giornalista sportivo, raccontò: «Fausto era ancora nella camera ardente. Arrivò Bartali. Prese la mano di Fausto e disse: “È incredibile, è incredibile”. Pianse e pregò alla sua maniera. Il grande duello era finito per sempre».
E Orio Vergani: «Il grande airone ha chiuso le ali». Eddy Merckx, campione belga: «Le vittorie di Coppi sono diventate romanzo, le mie cronaca». Sergio Coppi, il cugino: «La passione di Fausto, oltre alla bici, era la caccia. Andavamo insieme a stanare le lepri, lui aveva una mira eccezionale, aveva imparato a sparare da militare… Quando morì, erano le 8.30 del mattino ed ero a Tortona, vicino all’ospedale dove era stato ricoverato. La radio annunciò la notizia, quel giorno se ne andò anche una parte di me. Ricordo che dalla Francia arrivò dopo poche ore Louison Bobet, l’asso del ciclismo francese, e rimase con noi in casa tutta la notte, a vegliare la salma. Erano molto amici, Bobet aveva una venerazione per Fausto e non finiva più di piangere». Ubaldo Pugnaloni, un suo caro amico e collega, il giorno del funerale: «Tanta gente, tanti corridori, tanta neve, tanta confusione. Tanta emozione, tanto dolore». Fausto era nato il 15 settembre 1919 a Castellania, in Piemonte. Era il quarto dei cinque figli di Domenico Coppi e di Angiolina Boveri. I genitori, originari di Quarna Sotto (Verbania) si erano trasferiti a Castellania come proprietari di un terreno.
E Fausto, dopo aver frequentato le scuole elementari affiancò il padre e il fratello maggiore nel lavoro dei campi. A15 anni comprò la prima bicicletta e iniziò a partecipare alle gare. Lo segnalarono a Biagio Cavanna, il massaggiatore di Costante Girardengo e di Learco Guerra. Fausto, con un fisico apparentemente poco atletico, e nonostante una Struttura ossea e muscolare molto fragile, era dotato di una notevole agilità muscolare: alto 1,77, peso forma 74 chili, gambe lunghe e sottili, un sistema cardiorespiratorio fuori dal comune (torace ampio, capacità polmonare di 7,5 litri e 34 pulsazioni cardiache al minuto a riposo), qualità che ne esaltavano la resistenza sotto sforzo. Nel 1940, nella squadra di Gino Bartali, a soli 20 anni è il più giovane vincitore di un Giro d’Italia. Ma la guerra prende il sopravvento e Fausto deve partire per l’Africa settentrionale, caporale della divisione Ravenna.
Nel febbraio del 1945 è prigioniero degli inglesi, poi torna in Italia e ricomincia a correre e a vincere. Una straordinaria collezione di successi. In breve: nel 1947 vince ancora il Giro, nel ’49 Giro e Tour de France,nessuno prima di lui era riuscito a centrare la doppietta nello stesso anno. Il 1951 è un anno tragico: muore il fratello Serse, che cade a 2 chilometri dall’arrivo del Giro del Piemonte. Coppi pensa di abbandonare le corse, ma poi nel 1952 per la seconda volta centra la doppietta Giro d’Italia-Tour de France. Infine, nel 1953, quinto Giro e trionfo nel campionato mondiale a Lugano.

È romanzesca anche la sua vita sentimentale. Il 22 novembre 1945 Coppi sposa Bruna Ciampolini e un anno dopo ha da lei una figlia, Marina. Nel 1953 al suo fianco appare pubblicamente la Dama Bianca: è l’inizio della storia d’amore più discussa del ciclismo, quella fra Fausto Coppi e Giulia Occhini. Dal 1954 al 1959 poche vittorie prestigiose,
molti infortuni, una lunga decadenza fino all’incredibile vicenda che lo porta alla morte. Eccola. Il 10 dicembre del 1959 Coppi parte con alcuni amici, ciclisti francesi, per un viaggio nell’attuale Burkina Faso.
Coppi e un bravo corridore francese, Raphael Géminiani, occupano la stessa camera e una notte vengono assaliti dalle zanzare, contraendo la malaria. Rientrano insieme in aereo a Parigi, poi si separano, Fausto torna a casa a Novi Ligure. Il 20 dicembre si telefonano: sono entrambi febbricitanti. Quella stessa sera Géminiani perde conoscenza, ricoverato in ospedale. Si scopre la presenza nel sangue del plasmodium falciparum, che provoca la malaria nella sua forma più violenta. Géminianiresta in coma otto giorni: viene curato con il chinino e salvato. Il 27 dicembre Coppi è a letto con la febbre alta: i parenti chiamano un medico e il primario dell’ospedale di Tortona. Ma i due non riescono a fornire una diagnosi. Nel pomeriggio del i° gennaio Fausto si aggrava: a Tortona giunge anche un docente dell’università di Genova. Coppi viene ricoverato d’urgenza: alle 22 del i° gennaio perde conoscenza, alle 23 è in «pericolo di vita», all’una di notte riprende conoscenza e parla con Ettore Milano, suo storico gregario. Subito dopo entra in coma. Muore alle 8.45 del 2 gennaio i960. I medici hanno sbagliato diagnosi, ritenendo Coppi affetto da un’influenza grave, nonostante la moglie e il fratello di Géminiani avessero telefonato dalla Francia. Ho accennato all’amore proibito tra la Dama Bianca e Fausto. Presumo che i giovani di oggi saranno increduli a seguire il racconto.
Lo scandalo descrive l’Italia degli anni Cinquanta: adulterio, abbandono del tetto coniugale e concubinaggio
rappresentavano, per una donna, il rischio concreto di finire in carcere. Giulia aveva 27 anni, sposata giovanissima con il medico varesino Enrico Locatelli, con due figli. Fausto aveva 34 anni, anche lui sposato e con una figlia. La loro t t 1 relazione suscitò un rumoroso scalpore: gli italiani si divisero in innocentisti e colpevolisti. La storia comincia nel 1948: Giulia è spinta proprio dal marito, tifoso coppiano, a chiedere un autografo al campione. Segue l’amicizia, scambi di biglietti e auguri, Locatelli invita Fausto a trascorrere una vacanza nella villa alle porte di Varese. E Giulia si innamora. In Fausto vede la possibilità di una vita elettrizzante. La relazione resta segreta fino a quando un giornalista la intuisce da un gesto di Coppi, che alla fine di una gara porge a una signora vestita con un montgomery bianco il mazzo di fiori ricevuto in premio. Giulia decide di lasciare il marito e va a convivere con Coppi in un albergo. Poi mettono su casa a Novi Ligure. Ed è qui che Giulia viene arres tata dai carabinieri: passa tre giorni nel carcere di Alessandria, infine viene condannata al do micilio coatto ad Ancona presso una zia. A Coppi viene semplicemente ritirato il passa’porto. Nel marzo del 1955 i due amanti sono condannati: Fausto a due mesi, Giulia a tre. Con la condizionale. La Dama Bianca resta incinta e, per consentire a Fausto di dare il suo nome al bambino, va a partorire a Buenos Aires. Se fosse rimasta in Italia, Fausto, come lei avrebbe avuto per legge il cognome di Locatelli. Ma la persecuzione continua, non solo sui giornali. Per capire la complessità del «personaggio» Coppi, ricordo un’importante intervista – del 1995 – a suo figlio Faustino, firmata da Pier Augusto Stagi. Faustino propone una dimensione particolare, ad esempio sull’infelicità del famoso padre.
«Perché la gente non ha mai perdonato sua madre Giulia Occhini?». «Non lo so. Faccio fatica a capirlo. Posso però capire lo sdegno dell’Italia degli anni Cinquanta. Una donna, una madre che lascia la propria famiglia per fuggire con il suo uomo… La romanzesca vicenda fece insorgere milioni di benpensanti bigotti.
Ma non capisco per quale ragione, ancora oggi, mia madre debba essere considerata una poco di buono…
Fu semplicemente una grande storia d’amore. Dicono che mia madre rovinò la vita e la carriera di mio padre, ma sono solo cattiverie! Mio padre non era più giovanissimo e le vittorie stentavano ad arrivare solo per una questione anagrafica. Dicono, anche, che fosse vanitosa, avida, amante dello sfarzo e della bella vita: sfoghi di gente che si sentiva tradita». «Si dice, però, che suo padre fosse infelice, triste, insoddisfatto… Don Piero Camelli, sacerdote, amico di Coppi, ha rivelato che Fausto era stanco di Giulia, era intenzionato a trasferirsi a Milano, da solo». «Chi lo ha conosciuto sa bene che non era vero. Papà era gioviale, allegro, di grande compagnia… Non era tristezza, ma riservatezza. Lui amava stare in mezzo alla gente, preferiva ascoltare anziché parlare. E questa cosa di don Piero non mi risulta. Chiedetelo a Ettore Milano e ad Andrea Carrea, i gregari più fidati di mio padre. Loro sapevano tutto e questa storia me l’hanno sempre negata». «Gianni Brera, nel suo libro Coppi e il diavolo, avanza l’ipotesi di un Coppi a un passo dal suicidio». «Sul Brera scrittore non ho nulla da dire, ma quel libro è orribile . tato l’amicizia con mio padre, ha detto che quel libro è stato voluto da lui. È una bugia. Non è mai stato amico di mio padre, mai entrato in
casa nostra. I veri amici sono altri: tra i giornalisti Gino Palumbo, Ruggero Radice, l’avvocato Ambrosini e Jean-Paul Ollivier, grandissimo giornalista francese, che scrisse uno dei libri più belli sul Fausto Coppi uomo e campione. Questi erano gli autentici amici, non certo Gianni Brera, un giornalista di grande cultura e grandi capacità di scrittura, ma umanamente discutibile: un uomo che ha costruito la sua fama sulla pelle degli altri. Con cattiveria e arroganza».

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