C’erano una volta/ Giorgio Tosatti

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Il grande sergente di ferro con una debolezza: il potere

Fu tra i migliori giornalisti sportivi, bravo a scrivere e a dirigere. Gli piaceva essere considerato influente e temuto. Fu ingiustamente azzoppato con la farsa di Calciopoli

(di Cesare Lanza per LaVerità) Giorgio Tosatti è stato un uomo di grande successo, tuttavia infelice, e un importante campione del giornalismo sportivo, tra i migliori d’ogni epoca. Ancor oggi mi vengono accessi di rabbia e di indignazione, al pensiero di come fu  trattato brutalmente quando lo coinvolsero – immotivatamente – nell’inchiesta definita Calciopoli: senza alcun sostegno da parte del Corriere della Sera e della Rai, a cui aveva dato molto, moltissimo, come autorevole, prestigioso opinionista. Premetto tutto questo per doverosa correttezza verso i lettori: con Giorgio ho avuto un’amicizia forte e brusca, ricca di litigate e di tenerezze, di polemiche e di solidarietà; è possibile che in questi miei ricordi non riesca a essere freddo, oggettivo. Tuttavia penso, a tanti anni dalla sua morte, di essere abbastanza lucido per riconoscere anche i suoi difetti. E ne citerò subito due.

Il primo: non ebbe gratitudine e rispetto, come avrebbe dovuto, verso Antonio Ghirelli, il direttore che lo aveva scoperto e lanciato. Perché? Me lo spiego così: Giorgio era un campionissimo e, come quasi tutti i leader d’ogni settore (la politica innanzitutto, ma anche letteratura e spettacolo, scienza, arte…), aveva un pizzico di cattiveria, di voglia e necessità di affermazione, verso antagonisti e altri protagonisti. Ghirelli lo aveva scoperto a Torino, quando dirigeva Tuttosport all’inizio degli anni Sessanta e nel 1965 lo portò con sé, nominandolo caporedattore, quando andò a dirigere il Corriere dello Sport. «Una bestia», lo definivamo noi giovani, irrispettosamente, in redazione. Le sue urla spaventose si sentivano nei corridoi, senza che nessuno osasse opporsi. Giorgio aveva trovato taciti accordi, fondati sul rispetto reciproco, con  le grandi firme del giornale (Alberto Marchese, Ezio De Cesari, Franco Dominici, Sergio Neri), poi c’era una ciurma di giornalisti volenterosi, pigri e riottosi, e una squadra di giovani ambiziosi e presuntuosi (c’ero anch’io), insomma un plotone camaleontico da domare. Giorgio aveva solo 28 anni ed era inflessibile, da tutti esigeva il meglio. Ghirelli ogni mattina in riunione rendeva pubblico il suo «mattinale», con elogi schietti, ma anche furiosi o sarcastici rimproveri. Nessuno fiatava. Ghirelli era amato e stimato, Giorgio – che chiedeva di eseguire alla lettera i comandamenti ghirelliani – era soprattutto temuto e, spesso affettuosamente, oggetto di ironie e sfottimenti. Perché era obeso, si vestiva in modo sciatto e disordinato, si proponeva con la barba lunga, spettinato. Un mito: molto somigliante a quei sergenti di ferro, che si vedono nei film americani, intransigenti, odiosi e provocatori nel linguaggio verso le truppe da addestrare. Anni dopo, nel 1976, quando Tosatti fu designato direttore del Corriere dello Sport , è possibile che in cuor suo – è una mia ipotesi – nutrisse rancore verso il suo mentore, Ghirelli , perché era stato da lui considerato solo un perfetto sergente, utile e temibile, e non un potenziale leader. Aggiungo qui che sotto la sua direzione il Corriere dello Sport raggiunse un record di copie vendute, 1.696.966, quando la Nazionale italiana vinse il campionato del mondo nel 1982: con il titolo («Eroici»), un tantino esagerato e retorico, ma strapopolare, secondo usi e costumi dell’informazione sportiva.

Il secondo difetto è stato quello che a Giorgio rovinò la fase finale della carriera e della vita. Una debolezza, una leggerezza. Gli piaceva, lo affascinava, il potere; e gli piaceva essere considerato influente, potente, stimato, apprezzato o temuto, da coloro che detenevano posizioni di comando. Un esempio? Ricordo che una volta avevo bisogno di quattro biglietti, per me e per i miei amici, per vedere una partita della Nazionale, durante un viaggio nei Paesi dell’est. «Che problema c’è?», mi disse con studiata noncuranza. «Lasciami solo fare una telefonata…». Chiamò qualcuno alla Federazione del calcio, ed ecco i biglietti, su un piatto d’argento. Allo stesso modo, amava tenere le relazioni – sempre con dignità e indipendenza – con coloro che contavano, non solo nello sport. Giorgio era anche uno straordinario cronista e tale si mantenne anche da caporedattore, da direttore e da opinionista. La notizia, comunque, veniva per lui prima di ogni altra valutazione. E le relazioni, le buone frequentazioni gli consentivano di arrivare primo. Tra tante altre anticipazioni, memorabile quella esclusiva che pubblicò sull’incredibile – in apparenza – passaggio di Fabio Capello da allenatore della Roma ad allenatore della Juventus. Così, quando esplose Calciopoli, alcune intercettazioni rese frettolosamente pubbliche (come sempre avviene, senza nessuna distinzione tra innocenti, indiziati e imputati) rivelarono toni confidenziali tra Giorgio, Luciano Moggi e altri protagonisti di quella discussa vicenda: non ricordo bene, mi disgusta riesumare quella pattumiera. La mia opinione è che Calciopoli sia stata una gigantesca, confusa montatura. Certo è che – è dimostrato dai fatti e dagli atti – Giorgio non c’entrava nulla; né le indagini della giustizia ordinaria né di quella sportiva né dell’ordine dei giornalisti presero minimamente in considerazione che Tosatti potesse essere sospettabile di complicità, di sostegni sotterranei e ambigui. Giorgio era troppo orgoglioso per difendersi chiassosamente come avrebbe potuto. Di fatto, fu abbandonato da tanti falsi amici e adulatori; di fatto, rinunciò al prestigio degli incarichi che lo qualificavano come il più importante commentatore del calcio. Sfido chiunque a rintracciare, nei commenti che lo resero celebre, un’ambigua espressione di favore verso un qualsiasi personaggio o club. Fu proprio la sua imparzialità a renderlo autorevole. Che io ricordi, l’unico ad aggredirlo fu Fabio Caressa . Il quale, senza nominarlo, lo definì «colluso». Per un risentimento personale, si dice. Ma Caressa – bravo e anzi forse il più bravo telecronista, pessimo conduttore e inattendibile opinionista – è un ometto velleitario, rispetto alle qualità eccezionali di Tosatti.

E ora un po’ di spazio per i miei ricordi personali. Giorgio era nato a Genova il 18 dicembre 1937. Ho scritto, e ribadisco, che ebbe una vita infelice. Aveva dodici anni – l’adolescenza è l’età peggiore, la più delicata, se si resta orfani – quando il padre, Renato, perì a Superga, il 4 maggio 1949, nella catastrofe dell’aereo che precipitò avendo a bordo lo squadrone del Grande Torino. E per tutta la vita Giorgio fu afflitto da una malattia grave, la cardiopatia dilatativa, che porta all’ingrossamento del cuore. Sarebbe stato necessario un trapianto tempestivo. Giorgio – che sosteneva una vita molto faticosa – ne parlava con afflizione, ma anche con civetteria, desideroso forse di trovare comprensione e affetto, magari – ma sì – compassione. È stato infatti uno dei personaggi più schietti e impulsivi che abbia conosciuto in vita mia. Quasi un bambino. Al gioco, ad esempio. Era un giocatore nato, compulsivo, temerario. Pensando alle condizioni del suo cuore, non posso evitare di pensare che (come me, ma non ne parlammo mai) considerasse la vita come una scommessa continua, e il destino determinato dalla casualità. E come si incazzava, quando perdeva! Era famoso anche per questo: giocatore formidabile, con un difetto micidiale: non calcolava i rischi (a poker sottovalutava le carte degli avversari) derivabili dalle opportunità sfavorevoli. Se perdeva un piatto, si inferociva: «Hai vinto tu, ma giochi proprio come un imbecille!». Le urla si sentivano dai palazzi vicini. Una volta, a casa di Giacomo Mazzocchi, che perdeva quasi sempre, si mise a urlare con una violenza senza precedenti. Dalla camera da letto spuntò la moglie di Giacomo, che aveva in braccio il piagnucolante Marco, allora in fasce: «Adesso ve ne andate. Subito!». Placidamente obbedimmo: c’erano Franco Recanatesi, Ezio Luzzi, Massimo Lo Jacono. Un’altra volta, in vacanza in Sardegna, giocammo con Francesco Totti. Giorgio non volle tener conto che le puntate, importanti per le nostre tasche, erano irrisorie per Totti . Che giocava ogni mano e, assistito dalla fortuna, vinceva quasi sempre. Le urla di Giorgio si sentivano dalle barche, che affollavano il porticciolo. «Vinci e vinci, ma non sai giocare affatto… Un cane! Solo culo!» Non era vero, si sa che Tottigol se la cava bene anche con  le carte in mano. Ricordo che quella sera un gigantesco topo piombò, mentre giocavamo, in giardino: grida e paura, solo Totti e Tosatti rimasero imperturbabili. Ricordo anche come Giorgio, scommettitore irrefrenabile, decise di dire addio alle puntate sull’ippica. «Ero stufo di perdere, una sera puntai una somma per me pazzesca su un superfavorito, al trotto. Avrei vinto pochissimo, la quota infatti era bassa, una puntata sciocca. Il mio cavallo prende subito un vantaggio immenso, poi a 100 metri dal traguardo decide di rompere, come al trotto spesso succede. Basta, gli dei non vogliono che io giochi, anzi che io vinca». Aveva determinazione e carattere, sapeva ottenere i suoi traguardi. Conquistò Ivana, una ragazza calabrese stupenda, di particolare bellezza e personalità. Credo che sia stata l’unica donna della sua vita. Lei era la compagna di un amico comune. La notizia venne fuori a sorpresa e successe un finimondo, a Roma fu al centro di chiacchiere e pettegolezzi. Ma Giorgio nel matrimonio è rimasto legatissimo a Ivana e lei è stata l’unica persona capace di tenergli testa, senza mai lasciarsi impressionare da sfoghi, grida e anche insulti.

Ho scritto che Tosatti è stato tra i giornalisti più grandi, nello sport. Il più grande, certamente fu Gianni Brera: inventore di stile, linguaggio, criteri critici assolutamente nuovi. Poi, in un gruppo di pari merito, Gino Palumbo e Antonio Ghirelli , formidabili anche nello sport. E Giorgio, bravo sia come confezionatore e organizzatore, sia come direttore. A 70 anni quasi, finalmente Giorgio si decise al trapianto. Era l’ottobre del 2006. E l’intervento, delicatissimo, andò bene. Ma non funzionò. Ricordo una sua telefonata nei giorni della fine, nel febbraio del 2007. «Cesare caro, credo che non ci siano più speranze: i medici dicono che i miei polmoni non reggono, sono pieni di acqua. Forse è questione di giorni». Si spense l’ultimo giorno di quel mese. L’uomo che urlava per qualsiasi inezia, e strillava per la rabbia, affrontò la morte calmo e coraggioso, con consapevole dignità.

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