Amanda Knox e la svolta lesbo dietro le sbarre: “Leny mi disse che avrebbe potuto farmi cose che gli uomini non fanno”

Share

In un articolo su “Broadly”, Amanda racconta di una tale Leny (il nome è inventato), una ventinovenne detenuta per spaccio nel carcere di Capanne, con la quale aveva instaurato un rapporto sentimentale ma non sessuale

Cosa mancava alla vicenda di Amanda Knox per renderla ancora più interessante dal punto di vista mediatico? La svolta saffica dietro le sbarre in pieno stile “Orange is the new black”, con tanto di confessioni della ragazza americana accusata dell’omicidio di Meredith Kercher e che ha passato quattro anni in galera prima di essere assolta e tornare a Seattle. In un articolo su “Broadly”, Amanda racconta di una tale Leny (il nome è inventato), una ventinovenne detenuta per spaccio nel carcere di Capanne, con la quale aveva instaurato un rapporto sentimentale ma non sessuale, una sorta di amicizia particolare che però non sarebbe mai sfociata in sesso.
“Leny mi raccontò che dell’Italia conosceva sentenze e chiusura mentale (la Knox non perde occasione per attaccare il sistema giudiziario italiano, anche quando non c’entra nulla, ndr) e mi fu subito simpatica. Mi stava dietro come un cagnolino, ogni giorno, mi seguiva”.
“All’inizio non cercava di sedurmi – racconta Amanda – ma solo qualcuno che le facesse compagnia. Poi cominciò a desiderare più di un’amicizia, voleva prendermi per mano e mi disse ‘Posso farti cose che gli uomini non fanno‘. Io le risposti che non mi avrebbe cambiata e mi baciò”.
Amanda, che si professa sostenitrice della causa LGBT da sempre, ha comunque messo le cose in chiaro e quel rapporto di amicizia tra l’americana “assassina” con cui nessuno voleva avere a che fare e la lesbia Leny restò sempre sui binari innocenti di un’amicizia particolare. E poi, giusto per rendere tutto ancora più simile alle dinamiche di Orange is the new black, Amanda racconta anche le dinamiche dei gruppi organizzati all’interno del carcere: “Io non appartenevo a nessun gruppo, però esistevano gruppi strutturati e gerarchici, come famiglie allargate: le nigeriane si chiamano mama. E ognuna aveva una cotta per qualcun altro. Alcune erano lesbiche ma molte altre lo erano solo per la circostanza particolare. Più del sesso contava il contatto umano, che la prigione ti nega”.

di Domenico Naso, Il Fatto Quotidiano

Share
Share