Alda Merini: “L’infelicità non esiste. Io ho conosciuto la disperazione, che non è raccontabile”

Share

Otto anni fa, il primo novembre 2009, moriva a Milano la grande poetessa. Pubblichiamo una delle sue ultime interviste

Il primo novembre saranno otto anni dalla scomparsa di Alda Merini, in assoluto uno dei più importanti poeti. Di lei hanno parlato Quasimodo e Pasolini, più volte candidata al Nobel, nel 1993 ricevette il Premio Montale. Di sé diceva: “Alda è nata con la Primavera”, non solo per aver visto la luce il 21 marzo ma per la sua gioia di vivere, giorno per giorno, nonostante le tante tragedie che aveva dovuto affrontare. Sapendola ricoverata in un ospedale milanese, decisi di andare a trovarla. Era la prima volta che la incontravo, provavo una certa emozione: ho sempre amato le sue poesie. Mi fermai davanti alla stanza 33, dietro quella porta c’era l’autrice dell’aforisma: “Il poeta che vede tutto viene accusato di libertà”. Una sacrosanta verità. Entrai. Mi colpì il sorriso dei suoi occhi, l’energica stretta di mano, la felicità per i fiori che le avevo portato, libri molto letti e alcuni fogli disegnati sparsi qua e là sul letto. E poi una tazza con un po’ di tè dentro dove spegnere l’inseparabile sigaretta, orecchini in dolce armonia con la sobria camicia da notte e un tocco di femminilità sulle labbra.

Signora Merini, sono venuto a rubare un po’ di lei.
Lei mi rende felice.

Sono qui per sapere di lei, cosa prova quando scrive, come, dove, su che cosa scrive e se si nasce poeti.
Si nasce costituzionalmente poeti. È più passionale, ha un erotismo superiore e una maggiore sensibilità, con un senso di autodifesa incredibile e di riservatezza di ciò che è il proprio sentimento. La poesia è anche un grande sforzo di volontà e non deve essere scambiato per una donazione agli altri, è un modo di essere. Ma non appartiene solo a chi la scrive ma a tutti quelli che danno voce al suo canto, quindi anche a lei.

La poesia è libertà?
Il terreno della poesia è anche il terreno della follia, a volte la follia salva veramente la vita. Sì, la poesia è libertà. Non rinuncerei mai alla poesia, come alla fede. C’è sempre un punto illuminato dalla luce: la semplicità, che è la valle infinita della poesia.

Quando capisce di essere ispirata?
Quando mi sento felice. Sono una madre, ho avuto 5 figli. La poesia può nascere dentro di me nascere in qualunque momento.

Immediatamente scrive?
No, lascio decantare per un po’. Scrivere è solo un fatto meccanico.

Quanto c’è di lei madre nelle sue poesie?
Tutta la disperazione di averli persi e tutta la felicità di averli avuti dentro di me. Grazie alla maternità la donna non ha paura di morire. Un poeta dovrebbe vivere con la morte vicina: la morte è gioia, è cammino di conoscenza.

Quando è stata pubblicata la sua prima poesia?
La prima pubblicazione fu il dramma della mia vita, mio padre mi disse che una donna non poteva essere una poetessa e mandò a lavorare. Facevo l’apprendista dattilografa a Milano. Quante lacrime ho versato su quella macchina da scrivere. Ogni mattina incontravo sempre Cuccia e già allora era un po’ curvo e mi faceva pensare a “un gobbo sfaccendato, un simbolo presagio d’allegrezza che ha il dono di una strana profezia”. Fu la mia prima poesia che mi fece pubblicare Giacinto Spagnoletti. Lavoravo dal dottor Corda. Un giorno mi misi a scrivere La presenza di Orfeo. Lui arriva, legge e mi dice che io ero sprecata in ufficio.

Quando scrive per chi lo fa?
Scrivere una poesia è un momento di grande solitudine. Scrivo per me, poi io la poesia la do a lei, lei la fa girare, quindi lo faccio per tutti quelli che vogliono leggere.

Lei ha scritto della gioia dell’amore, l’incontro con la vita, ma anche del mal di vivere e del silenzio intorno.
Sono selvatica, ma sono sempre stata una grande timidona, non ho mai detto ad un uomo: “Ti amo”. Però ho imparato a scriverlo.

Lei è stata definita una “macchina d’amore”…
Scrivere poesie può diventare anche un mestiere. Io cerco di comunicare amore.

Sa di essere uno dei poeti contemporanei più importanti?
No e non mi interessa.

Non le piace sentirsi considerata, apprezzata?
Mi diceva l’editore Vanni Scheiwiller: “Merini le devo dare un grande dispiacere, ha vinto un premio”. Rispondevo che non ci sarei andata, ma lui mi convinceva. Quel bagno di folla mi dava tanto amore. Le soddisfazioni ingrassano, fanno vivere.

Non sono io che dico che lei è una grande poetessa. Lo dicono i critici, lo hanno detto Quasimodo, Pasolini, Manganelli, Raboni e lo dice la gente che la legge.
Lei insiste, ma io in me valori non ne trovo. Sto scrivendo per un disco di Milva: “Tu che sei originale tira fuori qualcosa di originale”. “No”, le ho risposto. Poi le ho raccontato che a me piace lavare i pavimenti, fare la servaccia. Milva mi ha risposto che questo lo fanno tutti, allora ho detto: “Ma io il pavimento lo lavo con lo champagne”. Una volta l’ho fatto davvero, quando sono uscita dal manicomio, per brindare alla vita. L’uomo non sa che dono è la vita.

Che potere ha una parola?
Se dico “Sei colpevole”, ti condanno per tutta la vita. Se dico “Ti amo”, puoi essere mio per tutta la vita. A volte la parola può essere eterna, nella poesia deve avere grinta, essere incisiva, deve graffiare.

E mettere insieme le parole?
La poesia inventa un linguaggio, è metafora. Le faccio un esempio: quando ero in manicomio avevo un cognato che si batteva per me, si chiamava Ronni. Scrissi “Le parole di Aronne erano un caldo pensiero, un balsamo sulle ferite degli ebrei sofferenti”. Era Ronni che parlava per un Mosè muto che era mia sorella. Lui andava a parlare con i medici a parlare, non mia sorella. In questa poesia c’è la biografia del poeta, la metafora in questo caso racconta la vita del poeta. Nel mettere insieme le parole c’è gioia, è come finire un ricamo.

La parola gioia ricorre spesso. Nella sua vita ha conosciuto l’abbandono, la violenza, l’indifferenza. La poesia, in quei momenti, ha rappresentato una via di fuga?
Sì, ho sopportato tutto questo ma soprattutto l’odio. In quei momenti non era possibile scrivere. Quando uno vive in manicomio, braccato dal terrore, non ce la fa. Avevo rinunciato alla poesia, ripresi solo quando mio marito si ammalò di cancro. Per cinque anni fui respinta da tutte le case editrici, solo Scheiwiller ha avuto il coraggio.

Lei si sente una diversa?
No, ma io e lei non siamo uguali. Lei non è stato in quella galera, il timbro del manicomio che ti porti dietro per tutta la vita è un timbro di alienazione.

Che cos’è l’infelicità?
Non esiste. Ho, invece, conosciuto la disperazione, che non è raccontabile.

Chi è l’uomo che l’ha maggiormente ispirata?
Giorgio Manganelli. Lo rimpiango ancora adesso. Era di una tale timidezza, l’ho anche maltrattato e picchiato per il desiderio che avevo di lui

La donna?
Mia sorella Anna, anche se è stata la responsabile dei miei ricoveri. Credo che Anna mi abbia messo al riparo dai pericoli. Col tempo l’ho capito.

È possibile perdonare?
Dipende, è più facile amare. Forse l’uomo non riesce a perdonare.

Ha perdonato sua sorella?
Sì, mi manca molto, vorrei che fosse qui. Ha fatto di me Alda Merini.

Perché sono poche le poetesse? La poesia è un mondo per uomini?
La società è fatta per gli uomini. Non si concepisce la donna che vive sola, che vive di se stessa, che guadagna quello che può. Dà fastidio la donna che pensa, la donna intellettuale. Il nostro mondo non è fatto di uomini, è fatto di cretini. Per quanto riguarda i poeti, quelli veri sono pochi, bisogna girarsi indietro guardare il passato. A proposito di donne, in questi giorni ho scritto una poesia pensando a quelle anziane: “I ghiacciai sono tutte le lacrime rapprese delle madri su cui vanno gli sciatori, queste lacrime non si sono mai sciolte”.

Signora Merini di che cosa ha bisogno?
Di molti soldi. Non per me, in giro ci sono tanti poveri, ragazzi che non hanno mai conosciuto i genitori, se non faccio una carità al giorno mi sento inutile. Il poeta è anche un grande fatalista. Cesare Pavese quando chiude con la vita dice “Basta parole”.

Loris Mazzetti, Il Fatto Quotidiano.it

Share
Share