La lezione di Lenin a De Benedetti sulle rivoluzioni

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di CESARE LANZA

carlo-de-benedettiScommettiamo che, caro Carlo De Benedetti, non ci sarà nessuna tragedia né il crollo della democrazia come lei prevede, nonostante il sempre più drammatico aggravamento della crisi economica? Vi stupirò: il mio riferimento è Lenin! Di lui ho letto qualcosa e cito a memoria, il succo è questo: «Se una società non si trova in una condizione disperata di fame, ogni progetto rivoluzionario è assolutamente illusorio».
Ebbene, se la democrazia è sepolta da tempo, nel Bel Paese in cui i capi di governo si alternano senza essere eletti, non siamo ancora alla fame. Non abbiamo ancora raschiato il fondo del barile. La classe borghese resiste con i denti, ha ancora qualche risparmio per aiutare figli e nipoti, disoccupati. E la mia previsione, caro Cdb, è ancora più pessimistica della sua. Al di là della tesi di Vladimir Il’ic Ul’janov, la crisi italiana, ingabbiata com’è in Europa, sarà ancora lunga, orribile e strisciante. Il conto lo pagheremo noi, quelli dell’ex classe media, ma si sa che siamo bonari e tolleranti, e ancora lo saremo, fino allo sfinimento.
Mi riservo tuttavia un piccolo, prezioso margine di fiducia. «Se vince il No, Renzi dovrebbe dimettersi il giorno dopo», ha affermato De Benedetti. Concordo! È una ragionevole speranza. E sarebbe importante che il premier, comunque, a breve togliesse il disturbo. Si è rivelato un tattico furbetto che lotta per sopravvivere, mai uno stratega o – risimi teneatis – uno statista.
Accetta la scommessa, Cdb? Se avrò ragione io, mi darà un’intervista su questi argomenti. Se vince lei, in piena catastrofe non ci sarà forse né tempo né voglia per stabilire quale pegno debba pagare: al suo buon cuore.

di Cesare Lanza, La Verità

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