Recovery fund, i tecnici rivedono le stime del governo: “All’Italia più sussidi: 87,4 miliardi. Beneficio netto di 46 miliardi, il più alto in Ue”

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La stima dell’Ufficio parlamentare di bilancio, organismo indipendente che vigila sui conti pubblici, supera di 6 miliardi quella diffusa dalla delegazione italiana a Bruxelles e citata da Conte nella sua informativa. Le cifre non sono esplicitate nelle conclusioni del Consiglio europeo: vanno calcolate in base ai criteri concordati dai leader, tra cui l’andamento del pil nel 2020 e 2021. L’Upb ha usato le previsioni sul pil della Commissione, peggiori di quelle del Tesoro. Di qui la differenza, Per Germania, Francia e Paesi Bassi i contributi al rimborso saranno molto superiori rispetto ai soldi che riceveranno

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Non 81,4 miliardi di trasferimenti a fondo perduto ma 87,4. Sei in più rispetto alle stime fatte dalla delegazione italiana a Bruxelles al termine del lunghissimo Consiglio europeo sul Recovery fund. Il dato è nella tabella 4.1 del documento preparato dall’Ufficio parlamentare di bilancio per l’audizione del presidente Giuseppe Pisauro sul Programma nazionale di riforma.

E dice che all’Italia spetteranno più sussidi rispetto a quanto si aspettava il governo e anche rispetto alla proposta presentata a maggio dalla Commissione europea. Non solo: su questa base, l’Upb calcola che il beneficio netto per Roma ammonterà a oltre 46 miliardi, il più elevato tra i Paesi della Ue. Mentre Germania e Francia sosterranno i maggiori costi netti.

Il fatto è che i numeri commentati finora e citati dal premier Giuseppe Conte nella sua informativa – 208,8 miliardi complessivi a prezzi del 2018, di cui 81,4 a fondo perduto e 127,4 di prestiti – non sono scritti nero su bianco nelle conclusioni del vertice: si tratta solo di stime diffuse dal governo la mattina del 21 luglio, poco dopo la firma dell’accordo a Bruxelles. Il calcolo di dettaglio va fatto sulla base dei criteri concordati dai leader Ue, che sono diversi da quelli proposti dalla Commissione a maggio. In particolare il Fondo per la ripresa e la resilienza (Rrf), che vale 672,5 miliardi su 750 complessivi, sarà ripartito nel 2021 e 2022 come da proposta dell’esecutivo Ue, cioè in base a popolazione, pil pro capite e tasso di disoccupazione medio del periodo 2015-19. Ma per il 2023 il criterio del tasso di disoccupazione negli anni dal 2015 al 2019 è stato sostituito dalla perdita di Pil reale nel 2020 e dalla perdita cumulativa nel 2020 e 2021. Una condizione che favorisce maggiormente l’Italia, trattandosi del Paese finora più colpito dal Covid e per il quale si attende il maggior crollo del prodotto interno lordo come conseguenza della pandemia.

L’organismo indipendente di vigilanza sui conti pubblici è partito dalle pessime previsioni sul pil italiano (-11,2%) diffuse il 7 luglio da Bruxelles e ha calcolato che a fronte di quel crollo ci spetteranno trasferimenti a fondo perduto per un totale di 87,4 miliardi. Di cui 73,4 a valere appunto sul Fondo per la ripresa e la resilienza (nella proposta di regolamento della Commissione il beneficio per l’Italia si fermava a 63 miliardi). La stima del Tesoro probabilmente è più bassa perché i suoi tecnici hanno utilizzato le previsioni sul pil contenute nel Def, stando alle quali il calo sarà solo dell’8%. La cifra finale dipenderà ovviamente dall’andamento effettivo del pil e sarà nota solo nel 2022.

L’Upb fa poi un passo ulteriore: misura il beneficio o costo netto derivante dall’attivazione del Next Generation Eu per ogni Stato membro, facendo la differenza tra i trasferimenti a fondo perduto e il contributo al rimborso del debito che verrà emesso dalla Commissione per il suo finanziamento. Anche stimare gli oneri di rimborso non è immediato, perché dipenderà da quante nuove “risorse proprie” – nella forma per esempio di una tassa sugli imballi non riciclabili in plastica, una carbon tax alle frontiere e un’imposta sulle transazioni finanziarie – verranno effettivamente introdotte, consentendo alla Commissione di ripagare in modo autonomo parte del debito. I ricercatori dell’Ufficio si sono limitati quindi a una “stima meccanica” dei contributi che ciascun paese potrebbe dover versare, basata sulla quota media delle entrate del bilancio Ue garantita dai vari Stati membri dal 2014 al 2018.

Il risultato è che il contributo richiesto all’Italia ammonterebbe a 41,1 miliardi e il suo beneficio netto (differenza tra 87,4 e 41,1) sarebbe quindi pari a oltre 46 miliardi sempre a prezzi 2018. Si tratta di circa il 2,6 per cento del pil: il beneficio netto più elevato tra i paesi Ue. La Spagna, subito dietro, avrebbe un beneficio di 45,5 miliardi, la Grecia di 15,9. Al contrario la Germania è lo Stato che “perde” di più: contribuisce per 105,4 miliardi e ne riceve solo 26, con un saldo negativo di 79,4. Segue la Francia, con 29,8 miliardi di costo netto. Al terzo posto i Paesi Bassi, che tanto si sono opposti all’accordo: per loro 6,6 miliardi di aiuti a fronte di 24,7 di contributi, con un costo netto di 18,1 miliardi.


Chiara Brusini, Ilfattoquotidiano.it

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